IL PUNTO DEL DIRETTORE. Il rogo a Longola è un chiaro attacco allo Stato

Quattro inneschi, un territorio commissariato e il sospetto di una sfida aperta alla legalità istituzionale

A cura di Redazione
21 giugno 2026 13:00
IL PUNTO DEL DIRETTORE. Il rogo a Longola è un chiaro attacco allo Stato -
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C’è qualcosa di più cupo della semplice cronaca: un campanello d’allarme civile. L’incendio che ha colpito il Parco archeologico di Longola, a Poggiomarino, non è soltanto un episodio di devastazione materiale. È una ferita che interroga la tenuta stessa della legalità in un territorio già provato, e lo fa con una violenza simbolica che non può essere minimizzata. Non c’è ancora l’ufficialità definitiva delle forze dell’ordine, ma gli elementi che emergono come i quattro inneschi individuati, due dei quali fortunatamente inefficaci, delineano con inquietante chiarezza la natura dolosa del gesto. Chi ha agito lo ha fatto con una lucidità fredda, contando verosimilmente sull’assenza di occhi elettronici efficaci, lasciando dietro di sé soltanto una presenza evanescente, quasi un’ombra: sufficiente a suggerire, non abbastanza - per ora - a identificare. E qui si apre il nodo più amaro. Perché Longola non è un luogo qualsiasi: è un presidio di memoria, un archivio di civiltà sommersa, un progetto culturale che ambisce a restituire dignità a una storia antica e a un territorio che quella storia dovrebbe custodire come una ricchezza irripetibile. Il rogo, allora, assume i contorni di un atto che va oltre il danno: è un messaggio, o forse un avvertimento.In questo contesto si inserisce la condizione amministrativa del Comune, attualmente commissariato a seguito di note vicende giudiziarie che hanno coinvolto la precedente amministrazione. Il commissario straordinario ha avviato interventi proprio in quell’area e in altre zone del territorio, con attività di contrasto a scarichi abusivi, abusi edilizi e ulteriori forme di illegalità diffusa. È legittimo interrogarsi se esista un filo — forse sottile, forse solo ipotetico — tra questa intensificazione dei controlli e ciò che è accaduto. Ma è altrettanto doveroso non scivolare nella tentazione delle conclusioni affrettate.Ciò che, tuttavia, non è ipotetico è il clima. Un clima di tensione latente, in cui la possibilità che qualcuno tenti di ostacolare l’azione di risanamento e di ripristino della legalità non può essere esclusa a priori. Non si tratta necessariamente di scenari organizzati o di regie politiche: più spesso, in territori fragili, la resistenza al cambiamento assume forme opache, diffuse, quasi molecolari. E proprio per questo più difficili da individuare e sradicare.Eppure, proprio ora, sarebbe un errore arretrare. Perché Longola può paradossalmente rinascere anche da questa tragedia, se saprà trasformare l’attenzione mediatica - inevitabilmente accesa dal rogo - in una spinta alla tutela e alla valorizzazione. Il progetto per l’esposizione degli ottomila reperti rappresenta una promessa concreta, non un’astrazione: una possibilità reale di riscatto culturale ed economico.Ma nessuna promessa culturale regge senza un presidio saldo di legalità. E qui il punto diventa politico nel senso più alto del termine: non di parte, ma di Stato. Serve una forza istituzionale capace di resistere nel tempo, di garantire continuità, di non cedere alle oscillazioni del momento. Una forza che, forse, la Prefettura può incarnare più di qualsiasi altra articolazione amministrativa locale, anche la più trasparente e ben intenzionata. Il timore, oggi, è che con il venire meno di quel presidio possa riemergere ciò che la stagione del commissariamento ha provato a contenere: non necessariamente un disegno unitario, ma quella somma di pressioni, interessi e zone grigie che prosperano quando lo Stato arretra di un solo passo.E allora Longola non è solo un sito archeologico. È un banco di prova. Per la tenuta della legalità, per la credibilità delle istituzioni, per la capacità di un territorio di scegliere da che parte stare. Il resto — le ombre, le ipotesi, le suggestioni — deve restare sullo sfondo, senza mai diventare scorciatoia interpretativa. Perché la vera responsabilità, oggi, è un’altra: impedire che il fuoco che ha colpito un luogo di memoria diventi il pretesto per bruciare anche la verità.

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