Pentito ludopatico massacrato in cella
la situazione debitoria sarebbe stata all’origine di un’aggressione subita durante la detenzione
Un traffico di droga che, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe stato ideato, coordinato e gestito direttamente dalle carceri, sfruttando telefoni cellulari introdotti illegalmente negli istituti penitenziari e contatti con esponenti della criminalità organizzata all’esterno. È il quadro delineato dall’inchiesta condotta congiuntamente dai Carabinieri e dal Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria, che ha portato alla notifica di nove misure cautelari nei confronti di altrettanti indagati. Otto di loro si trovavano già detenuti in reparti di alta sicurezza.Al centro dell’indagine c’è Emanuele De Pasquale, arrestato nel maggio 2025 e successivamente detenuto nel carcere di Siracusa. La sua collaborazione con gli investigatori avrebbe consentito di ricostruire una rete di comunicazioni e accordi tra rappresentanti di diversi gruppi criminali, finalizzati all’acquisto, allo stoccaggio e alla distribuzione di sostanze stupefacenti.La svolta sarebbe arrivata quando De Pasquale, preoccupato per la propria incolumità e per quella dei familiari, avrebbe deciso di rivolgersi alla Polizia penitenziaria, consegnando un cellulare che deteneva illegalmente in carcere. Nel dispositivo sarebbero state conservate conversazioni e trattative ritenute fondamentali per ricostruire il funzionamento del presunto sistema criminale.La collaborazione dopo l’aggressione in carcereSecondo quanto emerso, la vicenda investigativa prende forma anche a partire dalle difficoltà personali di De Pasquale, descritto come ludopatico e gravato da debiti. Proprio la situazione debitoria sarebbe stata all’origine di un’aggressione subita durante la detenzione nel carcere di Siracusa.Il timore che la vicenda potesse avere conseguenze anche sui suoi familiari avrebbe spinto l’uomo a collaborare con gli investigatori. La consegna del telefono ha permesso agli inquirenti di acquisire materiale sulle comunicazioni tra i presunti partecipanti al traffico e sulle modalità con cui sarebbero stati concordati i diversi passaggi dell’attività illecita.L’elemento di maggiore rilievo è rappresentato dalla presunta capacità dei detenuti di continuare a impartire disposizioni e a mantenere rapporti con l’esterno nonostante la reclusione. Attraverso i dispositivi clandestini, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe stato possibile discutere le forniture, organizzare la movimentazione della droga e coordinare i rapporti tra le diverse organizzazioni.Il materiale raccolto avrebbe quindi consentito di ricostruire una rete che non si sarebbe limitata ai contatti tra singoli detenuti, ma avrebbe coinvolto esponenti di gruppi criminali con interessi convergenti nel mercato degli stupefacenti.Cocaina a Fuorigrotta e contatti con il clan TronconeA illustrare alcuni passaggi dell’indagine è stato il procuratore aggiunto Sergio Amato. Secondo quanto riferito, dopo l’arresto avvenuto nel maggio 2025, De Pasquale avrebbe stretto accordi in carcere con esponenti delle organizzazioni coinvolte, contribuendo a organizzare e gestire un traffico di cocaina destinato all’area napoletana di Fuorigrotta.Le comunicazioni sarebbero avvenute attraverso telefoni cellulari detenuti illegalmente, utilizzati per mantenere i rapporti con persone all’esterno e con altri soggetti reclusi in istituti differenti.Tra i contatti indicati dagli investigatori figura, in particolare, un esponente di vertice del clan Troncone, detenuto nel carcere milanese di Opera. I collegamenti tra le persone coinvolte avrebbero consentito di superare le distanze fisiche imposte dalla detenzione, mantenendo attivi i rapporti necessari alla presunta gestione degli affari illeciti.L’inchiesta punta dunque a evidenziare come il carcere, in questo caso, non avrebbe interrotto le attività criminali, ma sarebbe stato utilizzato come luogo dal quale impartire indicazioni e stringere accordi, facendo affidamento su strumenti di comunicazione clandestini.L’intesa tra gruppi storicamente rivaliUn altro aspetto significativo riguarda la presunta collaborazione tra organizzazioni criminali tradizionalmente contrapposte. Nel quadro ricostruito dagli inquirenti compaiono infatti riferimenti al clan Mazzarella e all’Alleanza di Secondigliano, realtà che avrebbero condiviso interessi legati al traffico di droga nonostante le storiche rivalità.Secondo l’ipotesi accusatoria, la prospettiva di guadagni illeciti avrebbe favorito un’intesa operativa tra soggetti appartenenti a gruppi diversi, mettendo in secondo piano le contrapposizioni criminali.La rete sarebbe stata sostenuta da contatti tra detenuti e interlocutori esterni, con accordi che avrebbero riguardato le diverse fasi del traffico: dall’approvvigionamento della sostanza fino alla sua conservazione e successiva vendita.Le comunicazioni contenute nel cellulare consegnato da De Pasquale costituiscono, in questo contesto, uno degli elementi centrali dell’attività investigativa. Sarà il procedimento giudiziario a stabilire il valore delle prove raccolte e le eventuali responsabilità dei singoli indagati.Le pressioni sulla fidanzata e il progetto delle truffe agli anzianiNel corso degli accertamenti sarebbe emerso anche un capitolo relativo alla vita privata di De Pasquale e alle conseguenze della sua decisione di collaborare. Gli investigatori avrebbero documentato le presunte ritorsioni che alcuni esponenti della camorra avrebbero preso in considerazione nei confronti della sua fidanzata.La donna, secondo quanto ricostruito, sarebbe stata conosciuta dal detenuto attraverso TikTok. Per compensare il debito attribuito a De Pasquale, i soggetti che lo ritenevano responsabile avrebbero voluto coinvolgerla in un’attività criminale particolarmente odiosa: le truffe ai danni delle persone anziane.L’obiettivo sarebbe stato quello di spingerla a partecipare agli inganni utilizzati per sottrarre denaro a vittime vulnerabili, trasformando la donna in uno strumento per recuperare le somme dovute. La vicenda, secondo gli elementi riferiti nell’ambito dell’inchiesta, si inserisce nel quadro delle pressioni esercitate attorno al detenuto e dei timori che lo avrebbero portato a consegnare il telefono agli investigatori.Anche su questo fronte, gli accertamenti mirano a chiarire il ruolo dei singoli soggetti e la natura delle condotte contestate.Storniolo: «Le attività criminali non si fermano dopo gli arresti»Il comandante provinciale dei Carabinieri di Napoli, generale Biagio Storniolo, ha sottolineato durante la conferenza stampa la portata del fenomeno emerso dall’indagine e l’importanza della collaborazione tra le diverse forze investigative.Il lavoro congiunto tra Carabinieri e Polizia penitenziaria ha permesso di ricostruire un sistema nel quale, secondo l’accusa, la detenzione non avrebbe impedito ai presunti protagonisti di continuare a occuparsi di affari illeciti.Storniolo ha richiamato in particolare il problema della continuità delle attività criminali anche dopo gli arresti e le condanne, evidenziando come le organizzazioni possano mantenere i propri collegamenti e cercare di proseguire le operazioni anche dall’interno degli istituti penitenziari.Il punto centrale, dunque, non riguarda soltanto il presunto traffico di cocaina nell’area di Fuorigrotta, ma anche le modalità attraverso cui i detenuti sarebbero riusciti a comunicare, coordinarsi e mantenere relazioni con altri gruppi criminali.Con la notifica delle nove misure cautelari, l’inchiesta segna un passaggio importante nel contrasto a un sistema che, secondo la ricostruzione accusatoria, avrebbe utilizzato le carceri come centri di coordinamento del traffico di droga. Le responsabilità individuali dovranno ora essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti, nel rispetto della presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.