Trasfusione con sangue infetto, 50enne di Poggiomarino risarcito con 100mila euro
Dopo la diagnosi, il paziente aveva deciso di rivolgersi alla giustizia per ottenere il riconoscimento del danno subito
Una lunga battaglia giudiziaria durata quasi un quarto di secolo si è conclusa con il riconoscimento delle responsabilità per una vicenda di presunta malasanità che affonda le sue radici nel 2002. Un uomo di 50 anni originario di Poggiomarino, nel Napoletano, dopo una trasfusione di sangue effettuata all’ospedale Moscati di Avellino, avrebbe contratto il virus dell’epatite C, sviluppando negli anni una grave patologia epatica fino alla cirrosi. La Corte d’Appello di Napoli ha confermato la condanna nei confronti dell’Azienda ospedaliera “San Giuseppe Moscati” e del Ministero della Salute, stabilendo un risarcimento di circa 100mila euro in favore degli eredi del paziente. La somma comprende anche gli interessi maturati nel corso degli anni e le spese legali sostenute dalla famiglia.
La vicenda risale al 22 agosto 2002, quando l’uomo venne sottoposto a una trasfusione nell’allora struttura ospedaliera di viale Italia ad Avellino, prima dell’apertura della nuova Città ospedaliera. Secondo quanto ricostruito nel procedimento civile, il sangue utilizzato durante la terapia sarebbe risultato contaminato, determinando il contagio del paziente attraverso il circuito ematico.
Per molto tempo l’uomo non avrebbe avuto consapevolezza dell’infezione. La scoperta della malattia sarebbe arrivata soltanto nel 2016, durante alcuni controlli effettuati in occasione di un successivo ricovero. Gli esami diagnostici avevano evidenziato la presenza del virus dell’epatite C e una compromissione delle funzionalità del fegato compatibile con una cirrosi Hcv correlata.
Dopo la diagnosi, il paziente aveva deciso di rivolgersi alla giustizia per ottenere il riconoscimento del danno subito. Nel corso del processo è stata fondamentale la consulenza tecnica disposta dai giudici, che avrebbe accertato il rapporto tra la trasfusione effettuata nel 2002 e la patologia comparsa negli anni successivi.
La prima sentenza aveva già riconosciuto il danno da emotrasfusione, ma il percorso giudiziario non si era concluso. Il Ministero della Salute aveva infatti impugnato la decisione, portando la vicenda davanti alla Corte d’Appello di Napoli.
Nel frattempo, durante gli anni della pandemia, il paziente è deceduto dopo aver contratto il Covid. La sua scomparsa, però, non ha fermato l’azione legale portata avanti dai familiari, che hanno continuato a chiedere il riconoscimento delle conseguenze subite dall’uomo.
La Corte d’Appello, nel maggio scorso, ha depositato la sentenza definitiva confermando quanto già stabilito in precedenza: esiste un collegamento tra la trasfusione ricevuta nel 2002 e la malattia che ha segnato gli ultimi anni di vita del 50enne.
A rappresentare la famiglia sono stati gli avvocati Giuseppina Cipriano e Giovanni Salvati, del Foro di Torre Annunziata. Per i parenti della vittima arriva ora il risarcimento economico, ma soprattutto il riconoscimento giudiziario di una vicenda che ha avuto conseguenze profonde sulla vita del loro congiunto.
Una storia iniziata nelle corsie di un ospedale quasi 24 anni fa e terminata soltanto oggi con una pronuncia che mette un punto sulla responsabilità sanitaria e sul lungo percorso affrontato dalla famiglia.