Bimbe scambiate in culla per due giorni, risarcimento da 100mila euro

la madre visse oltre 40 giorni di forte sofferenza, con disturbi del sonno e un importante disagio emotivo

A cura di Redazione
14 luglio 2026 12:30
Bimbe scambiate in culla per due giorni, risarcimento da 100mila euro -
Condividi

Per due giorni ha allattato e accudito una bambina che non era sua. A quasi nove anni dai fatti, il Tribunale civile di Avellino ha condannato la clinica Malzoni a risarcire con circa 114mila euro una delle due madri coinvolte nel clamoroso scambio di neonate avvenuto nell'ottobre 2017. Le due bambine erano nate lo stesso giorno, a pochi minuti di distanza, e furono affidate per errore alle madri sbagliate subito dopo il parto. Il procedimento penale era stato archiviato per l'assenza di dolo, ma sul piano civile il giudice ha riconosciuto il danno morale e psicologico subito dalla donna che aveva promosso l'azione legale.

Secondo la sentenza, la madre visse oltre 40 giorni di forte sofferenza, con disturbi del sonno e un importante disagio emotivo, conseguenze accertate anche attraverso una consulenza medico-legale. Per questo il tribunale ha disposto il risarcimento e la condanna della struttura al pagamento delle spese legali.

Il giudice Antonio Pasquariello ha ricostruito l'intera vicenda, individuando l'origine dell'errore nelle fasi della vestizione delle neonate. Dopo il parto, a ciascuna donna fu consegnata la bambina sbagliata.

La madre che ha poi avviato la causa aveva notato uno scambio di abiti tra le piccole, ma non aveva inizialmente immaginato che potesse essersi verificato un errore così grave. Il sospetto è diventato certezza solo poco prima delle dimissioni, quando, dopo una visita oculistica della neonata, ha confrontato il codice riportato sul braccialetto identificativo con quello assegnatole, accorgendosi che non coincidevano.

Dopo la segnalazione sono intervenute le forze dell'ordine e la direzione sanitaria della clinica ha disposto un test del Dna, che ha confermato lo scambio delle due bambine.

La struttura sanitaria ha precisato che l'identificazione iniziale tra madre e neonato era stata eseguita correttamente e che l'errore si verificò successivamente, durante la consegna delle neonate, a causa di un'errata lettura del codice identificativo da parte di un operatore sanitario.

Segui il Fatto Vesuviano