L'azienda di famiglia era lo spaccio di droga: padre e figlio a capo

L’attività investigativa avrebbe permesso di documentare oltre 260 episodi

A cura di Redazione
06 giugno 2026 16:00
L'azienda di famiglia era lo spaccio di droga: padre e figlio a capo -
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È stata smantellata dai carabinieri un’organizzazione criminale dedita al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, attiva tra Rosarno e diversi comuni limitrofi, nel Reggino. L’operazione, denominata “Smile”, ha portato all’arresto di sei persone e ha permesso di ricostruire un articolato sistema di vendita di droga accompagnato, secondo gli inquirenti, da minacce e intimidazioni per il recupero dei crediti.

L’indagine è stata condotta dai carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro, con il supporto delle Compagnie di Rende e Taurianova e dello Squadrone Eliportato Cacciatori “Calabria”. Le misure cautelari sono state eseguite in seguito a un’ordinanza emessa dal GIP del Tribunale di Palmi su richiesta della Procura della Repubblica.

Nel complesso sono sei gli indagati raggiunti da provvedimenti restrittivi: quattro italiani e due cittadini stranieri, residenti tra Rosarno, Taurianova e Rose, in provincia di Cosenza. Le accuse riguardano, a vario titolo, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio di cocaina, hashish e marijuana.

Secondo quanto emerso dalle indagini, a capo della presunta rete vi sarebbero padre e figlio, considerati i promotori dell’attività illecita, mentre altri indagati avrebbero avuto ruoli legati alla gestione logistica e alla distribuzione al dettaglio della droga. Per i due principali indagati è stata disposta la custodia cautelare in carcere, mentre per gli altri quattro gli arresti domiciliari.

L’attività investigativa, coordinata dalla Procura di Palmi, avrebbe permesso di documentare oltre 260 episodi di spaccio, ricostruendo una vera e propria “filiera” dello smercio che avrebbe potuto contare su una clientela stabile e fidelizzata.

Gli investigatori hanno inoltre evidenziato l’utilizzo di linguaggi in codice per mascherare le cessioni di stupefacenti, con termini apparentemente innocui come “sigarette”, “caffè” o “vino”, utilizzati nelle comunicazioni tra gli indagati.

Nel corso delle indagini sono stati effettuati numerosi riscontri sul campo, con sequestri di droga e arresti in flagranza, oltre alla ricostruzione di diversi sistemi di pagamento, che includevano anche bonifici e ricariche Postepay intestate a terzi.

Tra gli aspetti più gravi emersi, secondo gli inquirenti, vi sarebbero le modalità di riscossione dei debiti legati allo spaccio, ottenute attraverso pressioni e minacce nei confronti degli acquirenti morosi. In un caso specifico, un debitore sarebbe stato costretto a consegnare il proprio smartphone come forma di pagamento forzato.

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