Dimesso tre volte dai medici, ma aveva un tumore e muore a 24 anni
La famiglia accusa: «È stato fatto morire»
Per mesi aveva accusato febbre, tosse persistente, linfonodi ingrossati ed episodi di emottisi. Sintomi che lo avevano portato a sottoporsi a numerosi accertamenti diagnostici, tra cui ecografie, Tac, tamponi e spirometrie, senza che emergesse una diagnosi definitiva. Oggi la morte di Sabjan Ballici, elettricista di 24 anni, cittadino italiano nato a Tirana, è al centro di un'indagine della Procura di Spoleto dopo la denuncia presentata dai familiari, convinti che il giovane non abbia ricevuto cure adeguate nei mesi precedenti al decesso.
Secondo quanto ricostruito nella denuncia, assistita dagli avvocati Luca Maori e Luca Valigi, il ragazzo si sarebbe rivolto più volte al pronto soccorso dell'ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia tra dicembre e gennaio. In una delle occasioni, subito dopo Natale, avrebbe lasciato autonomamente la struttura dopo diverse ore di attesa senza essere visitato. Nei successivi accessi del 19 e del 29 gennaio sarebbe stato dimesso dopo le valutazioni mediche.
La svolta sarebbe arrivata soltanto il 6 febbraio, quando all'ospedale di Foligno gli sarebbe stato diagnosticato un adenocarcinoma gastrico metastatico. Le condizioni del giovane, tuttavia, erano ormai gravemente compromesse. Sabjan Ballici è deceduto circa due settimane dopo a causa di un'insufficienza respiratoria acuta, senza poter iniziare il trattamento chemioterapico.
La Procura di Spoleto, guidata da Claudio Cicchella, ha aperto un fascicolo per accertare eventuali responsabilità e verificare se vi siano stati ritardi diagnostici o carenze nell'assistenza sanitaria ricevuta dal giovane.
Tra gli aspetti evidenziati dalla famiglia vi è anche l'ipotesi che, durante uno degli accessi ospedalieri, alcuni sanitari abbiano collegato i sintomi del ragazzo a un presunto consumo di sostanze stupefacenti. Un'ipotesi che i familiari respingono con forza, sostenendo che Sabjan si fosse dichiarato disponibile a sottoporsi a esami tossicologici per escludere qualsiasi dubbio.
Nella consulenza medica allegata alla denuncia, il consulente di parte sostiene che il ritardo nella diagnosi avrebbe impedito l'avvio tempestivo di terapie oncologiche che avrebbero potuto almeno rallentare la progressione della malattia, prolungare la sopravvivenza e ridurre le sofferenze del paziente. Si tratta tuttavia di valutazioni che dovranno essere verificate nell'ambito degli accertamenti disposti dall'autorità giudiziaria.
La famiglia chiede ora che venga fatta piena luce sulla vicenda e annuncia l'intenzione di perseguire ogni iniziativa utile per accertare eventuali responsabilità professionali e ottenere giustizia per la morte del giovane.