Bomba a don Patriciello, parla il pentito

la strategia del gruppo avrebbe incluso azioni mirate a creare pressione mediatica e istituzionale attraverso gesti e intimidazioni

A cura di Redazione
15 giugno 2026 23:00
Bomba a don Patriciello, parla il pentito -
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Colpire figure simboliche come il parroco di Caivano e il comandante della polizia locale di Arzano per spostare l’attenzione delle forze dell’ordine e indebolire i gruppi rivali. È questo uno dei passaggi più inquietanti emersi dalle dichiarazioni di un collaboratore agli inquirenti, contenute in un’ordinanza del GIP e nell’ambito di un’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.
Al centro degli atti c’è la ricostruzione fornita da Pasquale Cristiano, indicato come reggente del clan della “167” di Arzano in una fase di forte conflittualità tra gruppi criminali per il controllo del territorio. Le sue dichiarazioni sono state raccolte nell’ambito di un’ordinanza emessa su richiesta della DDA partenopea e notificata dai carabinieri di Castello di Cisterna nei confronti di 17 indagati, accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione aggravata e continuata e usura.

Secondo quanto riportato negli atti, la strategia del gruppo avrebbe incluso azioni mirate a creare pressione mediatica e istituzionale attraverso gesti e intimidazioni rivolti a figure considerate particolarmente esposte sul territorio. Tra queste, il parroco del Parco Verde di Caivano don Maurizio Patriciello e il comandante della polizia locale di Arzano Biagio Chiariello.

Le dichiarazioni riportano anche il contesto degli equilibri criminali tra gruppi rivali, con riferimento a episodi avvenuti nel 2022, tra cui l’esplosione di un ordigno nei pressi della chiesa del parroco nel marzo di quell’anno. Sempre secondo la ricostruzione contenuta negli atti, tali azioni sarebbero state inserite in una strategia più ampia di pressione e destabilizzazione del territorio.

Nel racconto agli inquirenti viene descritto anche l’utilizzo di strumenti di intimidazione indiretta, come la diffusione di manifesti funebri e messaggi simbolici, con l’obiettivo di alimentare tensioni tra gruppi criminali rivali e spostare su di essi la reazione delle forze dell’ordine.

Gli atti sottolineano inoltre come, secondo quanto riferito dall’indagato, le cosiddette “stese” e gli atti armati sarebbero stati ritenuti meno efficaci rispetto a strategie di pressione più complesse e mirate a generare attenzione istituzionale e mediatica.

Le indagini proseguono per ricostruire nel dettaglio la rete di responsabilità e i rapporti tra i diversi gruppi criminali coinvolti nella gestione delle attività illecite nell’area a nord di Napoli.

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