Monaldi, lettera di 835 genitori: "Ci sentiamo abbandonati"

le famiglie contestano le recenti dichiarazioni del governatore sulla continuità delle cure

A cura di Redazione
10 aprile 2026 23:00
Monaldi, lettera di 835 genitori: "Ci sentiamo abbandonati" -
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Cresce la protesta a Napoli, dove centinaia di famiglie di bambini affetti da patologie cardiache seguiti presso l’Ospedale Monaldi hanno deciso di far sentire la propria voce. Sono già 835 i genitori che hanno sottoscritto una lettera indirizzata al presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ma il numero è destinato a crescere rapidamente.

Nel documento, le famiglie contestano le recenti dichiarazioni del governatore sulla continuità delle cure, giudicate «insufficienti e lontane dalla realtà». Secondo i genitori, infatti, la situazione attuale sarebbe caratterizzata da forti criticità.

Una mobilitazione in crescita

A rappresentare le famiglie sono gli avvocati Sergio Pisani e Pellegrino Comitale, che segnalano un numero sempre maggiore di adesioni: i genitori coinvolti potrebbero arrivare a mille nel giro di poche ore.

Le criticità denunciate

Nella lettera viene ricordato come il Monaldi fosse considerato per anni un centro di eccellenza, punto di riferimento nazionale per la cura delle cardiopatie pediatriche. Oggi, invece, le famiglie parlano di un progressivo deterioramento del servizio: percorsi terapeutici incerti o interrotti, carenza di figure mediche stabili e comunicazioni poco chiare.

A preoccupare è anche l’organizzazione dell’assistenza: secondo quanto denunciato, i medici provenienti da Roma non garantirebbero la presenza nei fine settimana, creando vuoti assistenziali difficili da gestire per pazienti con condizioni delicate.

Le richieste alla Regione

I genitori chiedono interventi immediati e concreti: garanzie sulla continuità delle cure, maggiore chiarezza sull’organizzazione dei servizi sanitari e sulla disponibilità del personale medico, oltre all’apertura di un confronto stabile e diretto con le famiglie.

L’obiettivo, spiegano, è il ripristino degli standard qualitativi che avevano reso l’ospedale un’eccellenza riconosciuta, evitando che situazioni di fragilità vengano lasciate senza un adeguato supporto sanitario.

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