Sotto lo stesso Vesuvio, un po' di più alla fine del 2025
Ma le speranze devono finalmente diventare fatti
C’è un momento, alla fine di ogni anno, in cui il tempo sembra rallentare. È l’istante in cui i bilanci smettono di essere numeri e tornano ad essere storie. Qui, nei Paesi Vesuviani, questo momento ha sempre un sapore particolare: quello della terra nera sotto le scarpe, del mare che guarda il vulcano senza paura, delle luci accese nelle case mentre il Vesuvio, immobile e vigile, continua a essere il nostro testimone silenzioso.
Il 2025 si chiude così: come un anno complesso, faticoso, ma profondamente rivelatore. È stato l’anno in cui abbiamo capito che vivere all’ombra del Vesuvio non è solo una condizione geografica, ma una responsabilità collettiva. Responsabilità verso il territorio, verso le nuove generazioni, verso una storia che non può più essere solo celebrata, ma va finalmente governata.
I Paesi Vesuviani hanno attraversato dodici mesi di contraddizioni evidenti. Da una parte la voglia di riscatto, la creatività che non smette mai di emergere, l’impegno quotidiano di associazioni, scuole, imprenditori, amministratori e cittadini che non hanno rinunciato a credere nel cambiamento. Dall’altra, le fragilità strutturali che conosciamo fin troppo bene: infrastrutture insufficienti, lavoro precario, giovani costretti a guardare altrove, una burocrazia che spesso rallenta anche le migliori intenzioni.
Eppure qualcosa è cambiato. Nel 2025 si è parlato di più di territorio e meno di confini comunali. Si è iniziato, timidamente ma con convinzione, a ragionare in termini di area vesuviana come sistema unico: culturale, economico, ambientale. È un passaggio cruciale, forse tardivo, ma necessario. Perché il Vesuvio non divide, unisce. E lo fa ogni giorno, ricordandoci che condividiamo lo stesso rischio, la stessa bellezza, lo stesso destino. E permettetemi di fare un solo nome: Carmine Lo Sapio, il sindaco di Pompei che ci ha lasciato nei giorni scorsi. Quella del territorio vesuviano coeso è una sua intuizione.
È stato anche l’anno in cui la parola “ambiente” ha smesso di essere uno slogan e ha iniziato a diventare una priorità concreta. Dalla tutela del Parco Nazionale alle battaglie contro l’abbandono dei rifiuti, dalla valorizzazione dei sentieri alla difesa del mare, si è fatta strada una consapevolezza nuova: senza rispetto per la nostra terra, non c’è futuro possibile. Né turismo, né sviluppo, né dignità.
Ma il 2025 è stato soprattutto l’anno delle persone. Delle donne e degli uomini che hanno scelto di restare, di investire, di studiare, di insegnare, di curare, di raccontare questi luoghi senza folklore e senza vergogna. Dei giovani che hanno chiesto spazi, ascolto, opportunità reali. Degli anziani che continuano a custodire la memoria di comunità che non possono permettersi di dimenticare chi sono state. A loro va il pensiero più sincero in questa fine d’anno. Perché se è vero che i Paesi Vesuviani hanno ancora molte ferite aperte, è altrettanto vero che possiedono una risorsa rara: una resilienza antica, forgiata nei secoli, capace di trasformare la paura in forza e l’immobilità in attesa vigile.
Il 2026 che arriva non sarà un anno facile. Nessuno può prometterlo. Ma può essere un anno più giusto, più consapevole, più coraggioso. A patto che la politica torni a essere servizio, che l’informazione continui a essere presidio di verità, che i cittadini non rinuncino al diritto – e al dovere – di partecipare.
Sotto questo cielo, ai piedi di questo vulcano che ci ricorda ogni giorno quanto siamo fragili e quanto possiamo essere forti, chiudiamo il 2025 con una certezza: i Paesi Vesuviani non sono un problema da gestire, ma una possibilità da realizzare. Sta a noi decidere se il prossimo anno sarà solo un altro capitolo, o finalmente una svolta.