Videochiamata dal carcere per organizzare il traffico di droga: 9 arresti
Tra gli episodi più gravi ricostruiti dagli inquirenti c'è il pestaggio di un detenuto, aggredito anche con un paio di forbici per un debito di droga
Una rete di comunicazioni che, secondo gli investigatori, avrebbe permesso di proseguire le attività criminali anche dietro le sbarre, superando le distanze tra le carceri e mantenendo operativo un sistema di relazioni e interessi economici. Al centro dell'inchiesta figurano presunti traffici di cocaina, debiti legati alle forniture di stupefacenti e violenze utilizzate per imporre il pagamento delle somme dovute.Tra gli episodi più gravi ricostruiti dagli inquirenti c'è il pestaggio di un detenuto, aggredito anche con un paio di forbici per un debito di droga. La violenza sarebbe stata ripresa con un telefono cellulare e il video successivamente mostrato a un esponente del clan Troncone, detenuto nel carcere milanese di Opera. Un passaggio che, secondo l'impostazione investigativa, avrebbe trasformato l'aggressione in uno strumento di intimidazione e dimostrazione di forza nei confronti di chi non rispettava gli accordi.Gratteri: «Si organizzavano dalla cella, da un carcere all'altro»A illustrare la portata dell'indagine è stato il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, nel corso della conferenza stampa dedicata all'operazione. Le sue parole descrivono un sistema nel quale la detenzione non avrebbe interrotto la capacità di alcuni presunti esponenti criminali di intervenire nelle decisioni operative dei gruppi di appartenenza.«La cosa impressionante è che degli uomini di vertice di questa famiglia, in videoconferenza all'interno delle carceri, da Siracusa a Opera a Secondigliano, si organizzano, discutono di come strutturare, come organizzare, dove andare a comprare la droga, in che parti venderla, a chi venderla», ha spiegato il procuratore.Il riferimento è ai contatti che, secondo gli accertamenti, sarebbero stati mantenuti tra detenuti ristretti in diversi istituti penitenziari e persone che si trovavano all'esterno. Attraverso questi collegamenti sarebbero state discusse le forniture di stupefacenti, le modalità di distribuzione sul territorio e le relazioni con altri gruppi criminali.L'elemento di maggiore preoccupazione per gli investigatori riguarda proprio la continuità dei rapporti tra gli affiliati. Le comunicazioni avrebbero consentito non soltanto di trattare questioni economiche, ma anche di intervenire nei conflitti interni e di decidere come reagire nei confronti di chi veniva considerato inadempiente.Il debito da 50-60mila euro e la punizione per la cocaina non pagataUna parte centrale dell'inchiesta riguarda Emanuele De Pasquale, ritenuto affiliato al clan Troncone e arrestato nel marzo 2025. L'uomo si trovava detenuto nel carcere di Siracusa, dove avrebbe continuato a intrattenere rapporti con esponenti di altre organizzazioni criminali e con soggetti liberi, partecipando, secondo la ricostruzione investigativa, all'organizzazione di forniture di cocaina destinate all'area napoletana.Gli accordi avrebbero previsto l'approvvigionamento della droga e la successiva distribuzione sul territorio. La gestione delle forniture, tuttavia, sarebbe stata accompagnata da un problema economico diventato progressivamente insostenibile: una parte della cocaina ricevuta non sarebbe stata pagata, lasciando un debito residuo stimato tra i 50mila e i 60mila euro.Tra i fattori che avrebbero contribuito all'accumulo della somma gli investigatori indicano anche la dipendenza dal gioco d'azzardo attribuita a De Pasquale. Il mancato saldo del debito avrebbe innescato una reazione violenta da parte degli altri soggetti coinvolti negli affari.La questione, secondo quanto emerso dagli accertamenti, sarebbe stata affrontata anche attraverso una videochiamata con un referente del clan Troncone di Fuorigrotta, detenuto nel carcere di Opera, a Milano. Durante il collegamento sarebbe stata presa in considerazione la necessità di punire De Pasquale per il mancato pagamento, arrivando, secondo l'ipotesi investigativa, ad autorizzare il pestaggio e persino la sua uccisione, qualora fosse stato ritenuto necessario.La successiva aggressione avrebbe confermato la gravità delle minacce. Il detenuto sarebbe stato picchiato e ferito con delle forbici, mentre le immagini della violenza sarebbero state registrate con un cellulare e trasmesse al referente detenuto a Milano. Il video avrebbe così documentato l'esecuzione della punizione, assumendo anche una funzione intimidatoria nei confronti degli altri soggetti coinvolti nei rapporti economici.La paura di essere ucciso e la decisione di collaborareÈ proprio la violenza subita a rappresentare un passaggio decisivo nella vicenda. Dopo l'aggressione e temendo per la propria incolumità, De Pasquale avrebbe deciso di collaborare con gli investigatori, contribuendo a ricostruire i rapporti tra gli affiliati, le modalità di comunicazione utilizzate dal carcere e le attività legate al traffico di stupefacenti.La collaborazione avrebbe permesso agli inquirenti di acquisire elementi importanti anche attraverso la consegna dei telefoni cellulari utilizzati per mantenere i contatti dall'interno dell'istituto penitenziario. L'analisi dei dispositivi avrebbe consentito di esaminare conversazioni, collegamenti e comunicazioni, facendo emergere una rete di relazioni che non si limitava ai detenuti presenti nello stesso carcere.Gli investigatori avrebbero così potuto ricostruire i collegamenti tra persone ristrette in istituti diversi e soggetti all'esterno, individuando i canali attraverso cui sarebbero state impartite disposizioni e gestiti gli interessi criminali.Le dichiarazioni del collaboratore, affiancate dagli accertamenti tecnici sui telefoni, hanno costituito uno degli elementi alla base dell'attività investigativa condotta dalla Direzione distrettuale antimafia, con il coinvolgimento dei Carabinieri e della Polizia penitenziaria.La compagna coinvolta nelle pressioni: l'ipotesi delle truffe agli anzianiL'indagine avrebbe inoltre fatto emergere pressioni esercitate sulla compagna di De Pasquale, conosciuta attraverso TikTok mentre l'uomo si trovava già in carcere.Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la donna sarebbe stata spinta a compiere truffe ai danni di persone anziane con l'obiettivo di reperire denaro da destinare al pagamento del debito accumulato dal compagno. Il progetto, tuttavia, non sarebbe andato a buon fine: la donna si sarebbe rifiutata di eseguire le richieste e le truffe non sarebbero state realizzate.L'episodio amplia il quadro delle presunte pressioni esercitate per recuperare le somme legate agli affari della droga. La vicenda mostra, secondo l'ipotesi accusatoria, come il debito non avrebbe riguardato soltanto i rapporti tra chi forniva la cocaina e chi avrebbe dovuto pagarla, ma avrebbe finito per coinvolgere anche persone vicine al detenuto.Gli approfondimenti su questi contatti si inseriscono nella ricostruzione più generale della rete di comunicazioni utilizzata per mantenere attivi i rapporti tra l'interno e l'esterno degli istituti penitenziari.Cellulari e videochiamate anche nei reparti di alta sicurezzaUno degli aspetti più delicati emersi dall'inchiesta riguarda l'utilizzo di telefoni cellulari da parte di detenuti che, secondo gli investigatori, sarebbero riusciti a comunicare nonostante le restrizioni previste negli istituti penitenziari.Le conversazioni ricostruite avrebbero permesso di mantenere contatti tra persone ristrette a Siracusa, Milano Opera e Secondigliano, oltre che con interlocutori liberi. In questo modo, secondo l'accusa, sarebbe stato possibile discutere di approvvigionamenti di stupefacenti, definire strategie di vendita e affrontare questioni interne ai gruppi criminali.Il quadro è stato definito particolarmente preoccupante anche dal giudice per le indagini preliminari, che nell'ordinanza cautelare ha evidenziato la gravità della situazione descritta dagli elementi raccolti.Nel provvedimento viene richiamato un «quadro davvero allarmante», legato alla capacità di alcuni detenuti, anche collocati in reparti di alta sicurezza, di utilizzare dispositivi telefonici per impartire ordini all'esterno, seguire affari illeciti e consolidare alleanze criminali.Il problema, nella prospettiva investigativa, non riguarda soltanto la presenza dei telefoni nelle celle, ma soprattutto l'impiego che ne sarebbe stato fatto: strumenti di comunicazione trasformati in canali attraverso cui mantenere una capacità di intervento sulle attività criminali e sui rapporti tra gli affiliati.Nove misure cautelari e un'indagine sui rapporti tra clanL'inchiesta coordinata dalla Dda di Napoli ha portato complessivamente all'esecuzione di nove misure cautelari. Gli accertamenti hanno consentito di delineare, secondo l'ipotesi accusatoria, una rete di contatti attraverso cui sarebbero stati portati avanti traffici di droga e gestiti i conflitti legati ai debiti.Il pestaggio ripreso con il cellulare, le comunicazioni tra detenuti ristretti in carceri differenti e le pressioni esercitate per recuperare il denaro costituiscono alcuni degli episodi più significativi emersi nel corso delle indagini.La collaborazione di De Pasquale e l'analisi dei dispositivi sequestrati avrebbero consentito agli investigatori di mettere in relazione fatti e persone che, senza quei riscontri, sarebbero risultati più difficili da collegare. Un lavoro che ha permesso di approfondire non soltanto le modalità di gestione delle forniture di cocaina, ma anche i meccanismi di intimidazione utilizzati per imporre il rispetto degli accordi.L'operazione riporta così al centro dell'attenzione il tema della capacità delle organizzazioni criminali di mantenere legami operativi anche durante la detenzione, sfruttando contatti illeciti e strumenti di comunicazione non autorizzati.Le contestazioni dovranno ora essere valutate nelle successive fasi del procedimento giudiziario. Le misure cautelari non equivalgono a una condanna e le responsabilità delle persone coinvolte dovranno essere accertate nel rispetto della presunzione di innocenza.