La Cassazione conferma l'addio al Castello delle Cerimonie

Il punto centrale del ricorso presentato dai Polese riguardava la prescrizione del reato di lottizzazione abusiva

A cura di Redazione
09 settembre 2026 08:00
La Cassazione conferma l'addio al Castello delle Cerimonie -
Condividi

Per la famiglia Polese arriva un nuovo e definitivo stop sul futuro del Grand Hotel La Sonrisa. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi presentati da Agostino e Concetta Polese, confermando di fatto la confisca della struttura e il passaggio del bene al Comune di Sant'Antonio Abate.La decisione è contenuta nella sentenza numero 32290 del 2026, articolata in venti pagine, nelle quali i giudici della Suprema Corte hanno esaminato i diversi argomenti presentati dalla difesa. Nessuno di questi è stato ritenuto sufficiente per mettere in discussione quanto già stabilito nei precedenti gradi di giudizio.Si chiude così un'altra tappa della lunga vicenda giudiziaria legata al complesso conosciuto dal grande pubblico come «Castello delle Cerimonie». Per decenni la struttura è stata uno dei luoghi più noti per i ricevimenti nuziali in stile napoletano ed è diventata ancora più popolare grazie al programma televisivo che ne ha raccontato feste, banchetti e personaggi.Il punto centrale del ricorso presentato dai Polese riguardava la prescrizione del reato di lottizzazione abusiva, contestazione sulla quale si fonda la confisca urbanistica. La difesa aveva sostenuto che il termine dovesse essere considerato maturato in una data precedente rispetto a quella individuata dai giudici nei precedenti procedimenti.Per sostenere questa ricostruzione erano stati prodotti nuovi elementi, tra cui consulenze tecniche e documentazione contabile. L'obiettivo era dimostrare che alcuni interventi edilizi, in particolare quelli relativi al vano seminterrato e al torrino dell'ascensore, fossero stati realizzati già tra il 2005 e il 2006.La precedente ricostruzione giudiziaria aveva invece collocato quelle opere nel periodo 2010-2011. Una differenza temporale decisiva: anticipare la realizzazione degli interventi avrebbe potuto incidere sul calcolo della prescrizione e, di conseguenza, sulla possibilità di mantenere la confisca urbanistica.È proprio su questo punto che la Suprema Corte ha ritenuto di non poter accogliere la tesi della difesa. Secondo i giudici, il procedimento di revisione non può trasformarsi in un'occasione per riproporre una diversa interpretazione di elementi già esaminati nel corso del processo.Per ottenere una revisione, infatti, gli elementi presentati devono avere una caratteristica precisa: devono essere realmente nuovi e riferirsi a fatti storici che non siano mai stati valutati in precedenza dall'autorità giudiziaria.Nel caso della Sonrisa, secondo la Cassazione, questa condizione non sarebbe stata rispettata. Le perizie, le fatture e gli altri documenti presentati dalla difesa avrebbero riguardato questioni già affrontate nel procedimento e già oggetto di valutazione da parte dei giudici.La Suprema Corte aveva peraltro già esaminato una precedente richiesta di revisione, respingendola pochi mesi prima. Per questo, nella nuova decisione, viene sottolineato come gli elementi portati dalla difesa non rappresentassero fatti realmente inediti, ma fossero sostanzialmente sovrapponibili a quelli già sottoposti al vaglio giudiziario.Un altro fronte del ricorso riguardava il verbale di accertamento del 19 aprile 2011. La difesa aveva messo in discussione quanto riportato nel documento, sostenendo che la descrizione della situazione riscontrata in cantiere fosse viziata da un falso ideologico.Nel verbale veniva indicata la presenza di ferri predisposti per la realizzazione di nuovi pilastri. Secondo la tesi difensiva, quegli elementi avrebbero potuto invece essere considerati come semplici residui riconducibili a lavori precedenti, risalenti al 2006.Anche su questo punto la Cassazione non ha accolto le argomentazioni dei ricorrenti. Per i giudici, le valutazioni contenute nel verbale rientravano nell'attività tecnica degli accertatori e non costituivano un'attestazione deliberatamente falsa di un fatto.La ricostruzione degli interventi edilizi, inoltre, non sarebbe dipesa esclusivamente da quel documento. A sostegno dell'accertamento era stata infatti considerata anche la testimonianza di un architetto, indicato come elemento autonomo rispetto alle valutazioni contenute nel verbale.Un aspetto che, secondo la Suprema Corte, rendeva ancora più debole la contestazione avanzata dalla difesa: il professionista ascoltato nel procedimento non era mai stato formalmente accusato di falsa testimonianza.Il quadro delineato dalla sentenza porta quindi a una conclusione precisa. Per la Cassazione, i ricorsi non hanno portato all'attenzione dei giudici elementi capaci di modificare la ricostruzione già consolidata nei precedenti procedimenti. Le nuove produzioni difensive sarebbero state utilizzate, in sostanza, per cercare di ottenere una nuova valutazione di fatti già esaminati.Con il rigetto dei ricorsi viene dunque confermata la confisca del Grand Hotel La Sonrisa e viene meno, sul piano giudiziario, la possibilità di riaprire la questione attraverso la procedura di revisione utilizzata dalla famiglia Polese.La sentenza prevede inoltre la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali. Per la storica struttura di Sant'Antonio Abate si chiude così un altro capitolo di una vicenda giudiziaria che si trascina da anni e che ha inevitabilmente segnato il destino del complesso diventato celebre come «Castello delle Cerimonie».Quella che per lungo tempo è stata una delle location più riconoscibili dei matrimoni napoletani e della televisione italiana si trova ora al centro di una nuova fase, con la confisca confermata dalla Suprema Corte e il Comune di Sant'Antonio Abate destinato a gestire il bene secondo quanto stabilito dagli atti giudiziari.

Segui il Fatto Vesuviano