Il papà di Francesca: "Aveva dolori dopo l'operazione, non era un intervento difficile"
La famiglia aveva scelto il regime intramoenia sostenendo costi elevati, compresi quelli della degenza in una stanza privata
La Procura di Napoli ha aperto un'inchiesta sulla morte di Francesca Tucci, la studentessa di 24 anni deceduta venerdì scorso all'Ospedale Antonio Cardarelli dopo un intervento chirurgico all'apparato digerente eseguito in regime di intramoenia. Al momento risultano iscritti nel registro degli indagati tre medici, mentre la salma della giovane è stata sequestrata per consentire gli accertamenti disposti dall'autorità giudiziaria, a partire dall'autopsia. Il padre della ragazza, Vincenzo Tucci, è tornato a raccontare pubblicamente quanto accaduto nelle ore successive all'operazione, sostenendo che la figlia non si trovasse in una condizione di emergenza tale da richiedere un intervento salvavita.
Secondo il suo racconto, il chirurgo avrebbe descritto l'operazione come una procedura non particolarmente complessa. La famiglia aveva scelto il regime intramoenia sostenendo costi elevati, compresi quelli della degenza in una stanza privata. Il padre ha inoltre riferito che la camera sarebbe stata priva di aria condizionata e che i familiari avrebbero dovuto portare un ventilatore da casa per alleviare il caldo.
Sempre secondo la ricostruzione fornita dai parenti, poche ore dopo il risveglio dall'anestesia Francesca avrebbe iniziato ad accusare forti dolori addominali. La famiglia avrebbe chiesto ripetutamente l'intervento dei medici, ricevendo rassicurazioni sul fatto che il chirurgo sarebbe passato il mattino seguente per una visita di controllo.
Con il trascorrere delle ore, tuttavia, le condizioni della giovane, stando alle dichiarazioni dei familiari, sarebbero progressivamente peggiorate. Il padre ha raccontato che la figlia avrebbe iniziato a vomitare bile e a manifestare un evidente peggioramento clinico. Nel pomeriggio, sempre secondo quanto riferito, il medico che aveva eseguito l'intervento non si sarebbe presentato, mentre un altro sanitario avrebbe disposto ulteriori accertamenti dopo aver valutato la situazione.
Successivamente la 24enne è stata sottoposta a una TAC e trasferita nuovamente in sala operatoria. Al termine del secondo intervento è stata ricoverata nel reparto di rianimazione. Durante un colloquio con i familiari, i medici avrebbero spiegato che la paziente presentava un quadro clinico estremamente grave, con insufficienza renale e importanti complicazioni respiratorie. Nelle prime ore del mattino è poi sopraggiunto il decesso.
Nel corso della stessa ricostruzione pubblica sono intervenuti anche i legali della famiglia, gli avvocati Francesco Petruzzi e Massimo D'Errico, che hanno ribadito come, a loro avviso, l'intervento chirurgico non fosse riconducibile a un'operazione salvavita. Secondo quanto spiegato dai difensori, la giovane era affetta dalla cosiddetta sindrome del compasso, una patologia che provoca la compressione di una parte dell'intestino determinando dolore e altri disturbi, ma che, secondo la loro tesi, non avrebbe imposto un intervento d'urgenza.
Gli avvocati hanno inoltre chiesto che venga fatta piena luce sulle cause del decesso e sulle modalità con cui è stata gestita la fase post-operatoria, evidenziando che gli esiti degli accertamenti medico-legali saranno determinanti per chiarire eventuali responsabilità.
Sulla vicenda è intervenuto anche il deputato Francesco Emilio Borrelli, che ha posto l'attenzione sulle spese sostenute dalla famiglia per l'intervento in regime intramoenia, quantificate in circa 10 mila euro, chiedendo un approfondimento sul funzionamento del sistema che consente ai medici del servizio pubblico di svolgere attività libero-professionale.
L'inchiesta della Procura è ancora nella fase preliminare. Gli accertamenti tecnici, a partire dall'autopsia, saranno fondamentali per ricostruire con precisione la sequenza degli eventi e verificare se vi siano eventuali profili di responsabilità. Le persone iscritte nel registro degli indagati devono ritenersi non colpevoli fino a un'eventuale sentenza definitiva.