Scoperta la sorgente profonda dei Campi Flegrei
Il risultato più rilevante riguarda l’individuazione, a profondità superiori ai 16–20 chilometri, di uno strato caratterizzato da velocità sismiche molto basse
Un importante studio scientifico internazionale ha fornito una nuova e più dettagliata ricostruzione della struttura profonda dei Campi Flegrei, arrivando a esplorarne il sistema magmatico fino a circa 50 chilometri di profondità. I risultati suggeriscono la presenza di una vasta zona in cui le rocce sarebbero in stato di fusione parziale tra la crosta terrestre e il mantello superiore.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Scientific Reports, è stata coordinata da Víctor Ortega-Ramos dell’Instituto Volcanológico de Canarias (INVOLCAN) in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), la Universidad Complutense de Madrid e l’Université de Genève. Lo studio, intitolato “Magma storage depths and crustal-upper mantle structure of Campi Flegrei caldera (Southern Italy) unveiled through receiver functions analysis”, rappresenta uno dei più approfonditi tentativi recenti di indagare la struttura interna del sistema vulcanico flegreo.
Per arrivare a questi risultati, i ricercatori hanno analizzato oltre 5.000 telesismi, ovvero onde sismiche generate da terremoti avvenuti a grande distanza, registrate tra il 2016 e il 2022 dalla rete sismica permanente dell’INGV nell’area a ovest di Napoli. Attraverso la tecnica delle “funzioni ricevitore”, che consente di studiare le onde sismiche riflesse e convertite all’interno della Terra, è stato possibile ricostruire le principali discontinuità del sottosuolo.
In termini semplici, quando un terremoto si verifica lontano, le onde attraversano il pianeta e, incontrando strati con proprietà diverse, cambiano comportamento. L’analisi di queste variazioni permette agli scienziati di “vedere” indirettamente la struttura interna della Terra.
Il risultato più rilevante riguarda l’individuazione, a profondità superiori ai 16–20 chilometri, di uno strato caratterizzato da velocità sismiche molto basse. Secondo gli autori, questa anomalia potrebbe indicare la presenza di una porzione di roccia parzialmente fusa fino a circa il 30%, suggerendo una possibile grande riserva di materiale magmatico in profondità.
Gli studiosi interpretano questa zona come una possibile sorgente dei magmi primari dei Campi Flegrei, che risalendo attraverso la crosta terrestre si raffredderebbero progressivamente, modificando la loro composizione chimica fino a diventare più ricchi in silicio.
Un’altra evidenza emerge tra gli 8 e i 10 chilometri di profondità, dove sono state individuate ulteriori anomalie sismiche meno intense. Queste potrebbero indicare la presenza di quantità più limitate di magma in continuità con quanto osservato in studi precedenti.
Secondo Luca D’Auria, responsabile del monitoraggio vulcanico dell’INGV, questi dati aiutano a chiarire meglio la struttura e la dinamica del sistema magmatico, contribuendo a una comprensione più precisa dei processi profondi che alimentano l’area vulcanica.
Gli autori dello studio sottolineano inoltre che le future ricerche si concentreranno sull’integrazione di diversi metodi di osservazione per comprendere meglio come le varie parti del sistema magmatico siano collegate e in che modo il magma possa trasferirsi dalle profondità verso la superficie.
La ricerca offre così nuove informazioni su uno dei sistemi vulcanici più monitorati al mondo, contribuendo a migliorare la comprensione dei meccanismi che regolano sismicità e attività vulcanica nell’area dei Campi Flegrei.