Vino prodotto negli Scavi, a Pompei c'è la rivoluzione
archeologia, turismo ed enologia si incontrano all’ombra del Vesuvio
Il Parco Archeologico di Pompei, che nel 2025 ha superato i quattro milioni di visitatori, si prepara a vivere una nuova stagione in cui storia, paesaggio e viticoltura tornano a dialogare. Tra le rovine della città sepolta dall’eruzione del 79 d.C. e il profilo del Vesuvio, la vigna rientra a pieno titolo nel racconto culturale del sito. Un progetto ambizioso che vede protagonista Feudi di San Gregorio, una delle aziende simbolo dell’enologia campana, pronta a investire due milioni di euro per riportare la produzione vinicola nel cuore dell’area archeologica.
L’intervento prevede il recupero di un ettaro e mezzo di vigna all’interno del parco e l’impianto di altri quattro ettari nelle aree limitrofe. In totale, oltre cinque ettari vitati che permetteranno, entro due o tre anni, una produzione stimata di circa 30mila bottiglie annue. I vini – due rossi e un bianco – nasceranno in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei, diretto da Gabriel Zuchtriegel, che affiancherà l’azienda anche nella scelta dei nomi e delle etichette.
L’iniziativa rappresenta un esempio concreto di sinergia tra pubblico e privato, capace di generare valore economico, culturale e turistico. La Campania, regione che unisce una straordinaria stratificazione storica a una forte identità agricola, propone così un modello innovativo che lega la valorizzazione del patrimonio archeologico alla produzione vitivinicola. Un’operazione che ha anche una chiara dimensione educativa: la storia di Pompei, infatti, è indissolubilmente legata all’agricoltura e al vino, elemento centrale della cultura romana.
Il progetto si inserisce in un momento complesso per il settore vitivinicolo, alle prese con difficoltà di mercato e dibattiti legati al consumo di alcol. Il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, ha sottolineato come il vino venga spesso ridotto alla sola componente alcolica, ignorandone il ruolo culturale e alimentare, soprattutto in relazione alla cucina italiana, riconosciuta patrimonio immateriale dell’Unesco per i suoi valori di convivialità. In questo contesto, il vino diventa anche strumento di racconto del paesaggio, perfettamente coerente con l’identità del Parco archeologico di Pompei.
Secondo il ministro, legare i vitigni autoctoni alla storia del sito renderà l’esperienza dei visitatori ancora più immersiva. Il ministero ha inoltre annunciato nuovi investimenti per la promozione dell’agroalimentare made in Italy, con uno stanziamento aggiuntivo di 100 milioni di euro, una parte dei quali sarà destinata proprio al comparto vitivinicolo. Il progetto di Pompei viene indicato come uno dei più rilevanti per potenziale economico e capacità di attrazione internazionale.
Un ruolo centrale sarà giocato dal turismo esperienziale. I percorsi tra i vigneti e la futura cantina, che sorgerà nell’area di Stabiae, offriranno ai visitatori un’esperienza che va oltre la semplice visita archeologica, intercettando anche un pubblico più giovane e diversificato. Feudi di San Gregorio punta così alla valorizzazione del territorio e al recupero degli antichi vitigni coltivati in epoca romana, rafforzando il legame tra vino, cultura mediterranea e cucina.
Come ha ricordato Antonio Capaldo, presidente dell’azienda, i vigneti rappresentano un presidio stabile del territorio: non si delocalizzano e raccontano una continuità storica e produttiva. Un concetto che richiama l’antica pratica romana di piantare viti e ulivi come simbolo di radicamento e prosperità. In questa prospettiva, il progetto di Pompei diventa anche la conferma del cambiamento dell’enologia campana, che grazie ai vitigni autoctoni ha conquistato l’attenzione dei mercati e dei palati più esigenti.
Un giudizio condiviso anche da Attilio Scienza, tra i massimi esperti internazionali di viticoltura, secondo cui Pompei e la Campania rappresentano oggi un modello interpretativo dell’intera viticoltura italiana. Un esempio in cui passato e futuro si incontrano, dimostrando come la tutela della storia possa diventare motore di innovazione e sviluppo.