"Sei figlio del maligno", attacco al prete sui social
Don Carmine ha scelto di perdonare
A.B., 50enne di Recale, aveva definito il suo sacerdote «figlio del maligno» e, sui social, aveva attribuito responsabilità scottanti a don Carmine Ventrone, allora parroco della comunità. Non si era fermata: aveva parlato della morte di monsignor Giovanni D’Alise, vescovo scomparso nel 2020 per Covid, come di una «punizione meritata».
Ma quando la giustizia stava per intervenire, è arrivata la remissione della querela: sentenza di non luogo a procedere. E con essa, un gesto forse più potente della condanna stessa: il perdono.
Spinta dal senso di colpa e dal consiglio del suo legale, A.B. ha scritto una lettera di ammissione: ha parlato di «superficialità», di «dolore gratuito», della «vergogna di aver confuso la libertà di parola con il diritto di offendere» e del riconoscimento di aver colpito chi non poteva più difendersi.
Don Carmine ha scelto di perdonare. Per fede, per saggezza, per esperienza acquisita tra matrimoni, funerali e liti condominiali: non lo sapremo mai. Ci resta, però, una storia di redenzione, piccola e domestica, arrivata in ritardo, ma potente.
Il gesto del sacerdote non è debolezza: è uno dei pochi antidoti contro la leggerezza al vetriolo dei social. In un mondo che urla per esistere, il silenzio di chi accetta le scuse è la lezione più alta: ricorda che dietro ogni profilo c’è una persona e che, a volte, per uscire dall’inferno costruito con un clic basta dire: «Ho sbagliato».
La giustizia più alta è quella che sa rinunciare a sé stessa. Sbagliare è umano; rendersene conto, ancora di più.