Muore il boss, viene ricordato come "amatissimo imprenditore"
Una definizione che stride con un passato segnato da un ruolo rilevante negli equilibri criminali
Ad Avellino qualcuno avrà pensato che la morte sia capace di ripulire tutto, di cancellare differenze e responsabilità, fino a trasformare anche le biografie più controverse in racconti addolciti e privi di ombre. È morto a Mercogliano Sergio Marinelli, figura nota per essere stata in passato un riferimento della Nuova Camorra Organizzata, legata al sistema costruito attorno a Raffaele Cutolo. Eppure, nei manifesti funebri affissi tra Mercogliano e Avellino, viene ricordato con un’espressione ben diversa: “amatissimo imprenditore”.
Una definizione che stride con un passato segnato da un ruolo rilevante negli equilibri criminali dell’Irpinia, soprattutto negli anni successivi al terremoto del 1980, quando – secondo diverse ricostruzioni giudiziarie e istituzionali – la criminalità organizzata riuscì a infiltrarsi nei grandi appalti della ricostruzione, condizionando opere e flussi economici.
La parabola di Marinelli è stata lunga e complessa: arrestato dopo un periodo di latitanza in Venezuela dall’allora capo della Polizia Antonio Manganelli, aveva poi scontato la sua pena tornando in libertà. Nel suo curriculum giudiziario compaiono vicende rilevanti, tra cui il coinvolgimento nel caso Cirillo e in episodi legati a estorsioni e violenze nel contesto della gestione degli appalti post-sisma.
Eppure, nel giorno della sua morte, resta soprattutto quell’immagine pubblica affidata a un manifesto funebre, che sceglie di raccontare solo una parte della sua storia. Una narrazione che ha suscitato inevitabili reazioni e riflessioni, perché pone ancora una volta il tema della memoria e del modo in cui vengono ricordate figure legate a contesti criminali.