Rider pagati meno di tre euro a consegna, quattro indagati
Il compenso per ogni consegna variava tra 2,40 e 2,99 euro
Un presunto sistema di sfruttamento nel settore del food delivery è stato scoperto a Messina, dove la Procura ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini per caporalato nei confronti dell’amministratore unico e di tre collaboratori di una società attiva nelle consegne a domicilio.
L’inchiesta, condotta dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro (Nil) di Messina con il supporto del gruppo per la tutela del lavoro di Palermo, ha portato alla luce quello che gli investigatori definiscono un sistema di “caporalato digitale”.
Rider pagati meno di 3 euro a consegna
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i rider coinvolti – per la maggior parte studenti universitari e giovani disoccupati italiani – venivano reclutati e coordinati tramite chat su WhatsApp.
Il compenso per ogni consegna variava tra 2,40 e 2,99 euro, cifre che secondo l’accusa risultano in alcuni casi inferiori anche alla metà delle tariffe previste dal contratto nazionale di lavoro.
Inoltre, i fattorini erano costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare le consegne, sostenendo quindi anche i costi di carburante e manutenzione.
Il sistema di controllo via chat
Le indagini hanno fatto emergere un sistema organizzato per monitorare costantemente l’attività dei rider. Per evitare i cosiddetti “tempi morti” tra una consegna e l’altra, i lavoratori dovevano comunicare la propria disponibilità inviando la parola “libero” tramite chat e aggiornare lo stato ogni minuto.
I responsabili aziendali controllavano in tempo reale i tempi di esecuzione delle consegne. In caso di ritardi o rallentamenti, i rider venivano contattati telefonicamente.
Secondo l’accusa, i lavoratori non avevano reale libertà di rifiutare un ordine: ogni diniego doveva essere giustificato e, in caso contrario, poteva comportare ammonimenti o la perdita di incarichi successivi. Un sistema che, secondo gli investigatori, determinava una condizione di totale subordinazione e spingeva i fattorini ad accettare ritmi di lavoro particolarmente intensi.
Un altro caso di sfruttamento a Torino
Quello emerso a Messina non è un caso isolato. Un’altra indagine per sfruttamento del lavoro è stata avviata dalla Procura di Torino.
Gli investigatori hanno indagato una donna di 63 anni e i suoi tre figli – di 39, 34 e 31 anni – accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro in tre centri per la pulizia di auto.
Il giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo delle attività situate a Torino, Moncalieri e Nichelino.
Durante l’operazione la polizia giudiziaria ha identificato circa quindici lavoratori in nero. Secondo l’accusa, gli operai lavoravano fino a 12 ore al giorno per una paga di circa 30 euro, senza pausa pranzo, ferie o tutele contrattuali.
Le indagini hanno inoltre documentato un sistema di controllo attraverso telecamere di sicurezza e minacce di violenza fisica, in un contesto in cui molti lavoratori non denunciavano per paura di perdere l’unica fonte di reddito.