Paolino si tolse la vita a 14 anni: "Anche la prof mi bullizza"
Lo aveva scritto in un diario
Le sue parole sono rimaste chiuse in un diario, ma oggi potrebbero diventare la chiave per capire una morte che ha sconvolto un’intera comunità. Paolo Mendico aveva 14 anni quando, l’11 settembre scorso, si è tolto la vita nella sua cameretta a Santi Cosma e Damiano, in provincia di Latina. Era il primo giorno di scuola. Un dettaglio che, per la famiglia, non è casuale ma centrale nella tragedia.
Secondo i genitori, Paolo era vittima di bullismo e avrebbe compiuto quel gesto estremo per sottrarsi a un ritorno in classe vissuto come insostenibile. Su questa ipotesi la Procura ha aperto un’indagine per istigazione al suicidio. Ora, al centro dell’inchiesta, ci sono gli scritti personali del ragazzo, un racconto intimo e doloroso che potrebbe fare luce su ciò che Paolo stava vivendo.
L’analisi dei diari: una “autopsia psicologica”
I quaderni di Paolo sono stati affidati a Marisa Aloia, psicologa e grafologa forense incaricata dalla famiglia. Il suo compito è analizzare ogni parola, ogni tratto di penna, per ricostruire il profilo psicologico del ragazzo nei mesi precedenti alla morte. Un lavoro delicato, definito dagli esperti “autopsia psicologica”.
Dalle prime analisi emerge un quadro di forte turbamento emotivo. In una delle pagine esaminate, Paolo descrive in modo frammentato un episodio scolastico legato alla bocciatura in matematica. Il ragazzo appare profondamente ferito dal fatto che un compagno, indicato come uno dei suoi persecutori, fosse stato promosso grazie alla frequenza di un doposcuola a pagamento, che lui non poteva permettersi per ragioni economiche.
Secondo quanto scritto nel diario, un commento dell’insegnante sul costo “non elevato” del doposcuola avrebbe contribuito ad accrescere il suo senso di umiliazione, facendolo sentire esposto e giudicato davanti all’intera classe.
Un disagio che va oltre i singoli episodi
Ma non è solo un episodio a emergere dalle pagine di Paolo. Dai diari affiora una sofferenza più profonda e strutturata. «Paolo in alcuni passaggi parla di sé in terza persona», spiega la consulente. «È un segnale importante: indica un tentativo di distacco dalla propria realtà, tipico di chi vive una condizione di forte disagio emotivo».
Le sue parole restituiscono un senso costante di solitudine e incomprensione. “Le persone non capiscono tanto”, scriveva, lasciando emergere frustrazione e isolamento. Anche l’analisi grafologica rafforzerebbe questo quadro: la grafia mostrerebbe un peggioramento progressivo già a partire dagli anni delle scuole elementari.
In quel periodo, ricordano i genitori, si sarebbe verificato un altro episodio significativo: durante un litigio tra alunni, un’insegnante avrebbe incitato i bambini gridando “rissa, rissa”, anziché intervenire per ristabilire l’ordine. Un evento che, secondo la famiglia, avrebbe lasciato un segno profondo.
L’ultimo appuntamento e l’interrogativo chiave
Un elemento ritenuto cruciale dagli inquirenti riguarda un’amicizia online. Paolo aveva un amico con cui giocava abitualmente ai videogiochi tramite Xbox. Il 10 settembre, il giorno prima della tragedia, i due avevano fissato un appuntamento per la sera successiva, l’11 settembre, per giocare insieme.
Quella sera, però, non ci sarebbe mai stata. La mattina dell’11 settembre, poche ore dopo l’inizio del nuovo anno scolastico, Paolo si è tolto la vita. «Questo dettaglio – sottolinea la psicologa – suggerisce che fino al giorno precedente non ci fosse una pianificazione suicidaria chiara. È fondamentale capire cosa sia accaduto tra il 10 e l’11 settembre: un episodio improvviso, qualcosa che ha fatto precipitare la situazione».
La richiesta di verità della famiglia
In attesa degli sviluppi dell’inchiesta e di eventuali responsabilità disciplinari, il padre di Paolo, Giuseppe Mendico, continua a chiedere risposte.
«Mio figlio si è ucciso la mattina del primo giorno di scuola. Per noi significa una cosa sola: non voleva tornare in classe», afferma. «È da qui che bisogna partire per arrivare alla verità e per capire chi sapeva del bullismo e non ha fatto nulla».