La camorra è entrata e fa affari nel darkweb

«La camorra si è evoluta più della ’ndrangheta, soprattutto nel dark web e nel Nord Italia, dove investe nei settori dell’imprenditoria e della ristorazione». A lanciare l’allarme è Nicola Gratteri, p...

A cura di Luca Vitale
01 giugno 2025 09:00
La camorra è entrata e fa affari nel darkweb -
Condividi

«La camorra si è evoluta più della ’ndrangheta, soprattutto nel dark web e nel Nord Italia, dove investe nei settori dell’imprenditoria e della ristorazione». A lanciare l’allarme è Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, intervenuto al festival della Cultura “èStoria” a Gorizia.

Gratteri ha raccontato i dettagli di un’indagine che ha colpito una banca online con 6.000 clienti, dotata di sistemi di schermatura di tecnologia israeliana, con sedi in Lituania e Lettonia, e che in soli due anni avrebbe riciclato 3,3 miliardi di euro. Per comunicare, i membri utilizzavano 600 telefoni criptati.

Il procuratore ha evidenziato anche il salto tecnologico della ’ndrangheta calabrese, in particolare le famiglie di Crotone, che avrebbero assoldato hacker romeni e tedeschi per l’estrazione di bitcoin. «Fino a 3-4 anni fa i cartelli criminali non volevano essere pagati in criptovalute – ha spiegato – ma ora le accettano».

Gratteri ha poi citato un episodio emblematico: «Abbiamo arrestato un hacker che aveva il dominio del sito del ministero della Giustizia. Poteva cancellare reati, inserire nomi falsi, perfino farmi risultare indagato. Lo abbiamo convinto a collaborare: ha parlato e ci ha portati a sequestrare 34 milioni in bitcoin nel dark web, che sono stati convertiti in euro e versati nel Fondo unico giustizia dello Stato».

Sul fronte normativo, Gratteri è stato netto: «Dalla riforma Cartabia in poi, eccetto quella sulla cybersicurezza del luglio 2024, le altre sono inutili. Ma ora almeno la legge consente di fermare un hacker e fargli collaborare con lo Stato». Il pentito informatico, ha concluso, riceverà la condanna più bassa possibile, ma intanto «i soldi sono già rientrati nelle casse dello Stato».

Segui il Fatto Vesuviano