Saviano assolto dalle accuse di diffamazione a Salvini

Al centro del caso l’espressione “ministro della mala vita” utilizzata da Saviano nel 2018

A cura di Redazione
16 aprile 2026 23:00
Saviano assolto dalle accuse di diffamazione a Salvini -
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Si chiude dopo anni una vicenda giudiziaria molto discussa: lo scrittore Roberto Saviano è stato assolto dal tribunale di Roma nel processo per diffamazione intentato da Matteo Salvini. Al centro del caso, l’espressione “ministro della mala vita” utilizzata da Saviano nel 2018, quando Salvini era ministro dell’Interno. Una frase che aveva portato il leader della Lega a denunciare lo scrittore, dando il via a un lungo iter giudiziario durato circa otto anni.

La sentenza

I giudici hanno stabilito che quelle parole non costituiscono reato. In sostanza, secondo il tribunale, si tratta di una critica politica rientrante nei limiti del diritto di espressione, e non di diffamazione.

Le origini della frase

Saviano aveva pronunciato quell’espressione in risposta ad alcune dichiarazioni di Salvini sulla sua scorta, tema su cui lo scrittore è stato spesso oggetto di polemiche. La definizione “ministro della mala vita” non era però nuova: si tratta infatti di una citazione storica attribuita a Gaetano Salvemini, che la rivolse a Giovanni Giolitti agli inizi del Novecento.

Le reazioni

Dopo la sentenza, Saviano ha parlato di una vicenda segnata da anni di attacchi personali e politici, ribadendo la legittimità delle sue critiche. Ha anche sottolineato il tema della scorta, sostenendo che metterne in discussione la necessità significhi esporre una persona a rischi concreti.

Nel corso del processo non sono mancate tensioni e polemiche, tra rinvii, assenze in aula e dichiarazioni reciproche molto dure. Anche la testimonianza dello stesso Salvini aveva fatto discutere, soprattutto per alcune precisazioni rispetto alle posizioni espresse in passato.

Un caso simbolico

Al di là dell’esito giudiziario, la vicenda rappresenta uno dei casi più rilevanti degli ultimi anni sul rapporto tra critica politica e diffamazione. La decisione del tribunale segna un punto fermo: nel contesto del confronto politico, anche espressioni forti possono essere considerate legittime se rientrano nei limiti del diritto di critica.

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