Militare morto per l'amianto, c'è il maxirisarcimento

Due distinti pronunciamenti hanno infatti confermato come l’uomo abbia operato per anni in ambienti altamente contaminati

A cura di Redazione
18 aprile 2026 06:00
Militare morto per l'amianto, c'è il maxirisarcimento -
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Una vicenda emblematica di responsabilità istituzionale e diritti negati torna al centro dell’attenzione pubblica, raccontando il lungo percorso verso il riconoscimento della verità e della dignità per una famiglia segnata da una perdita evitabile. Al centro della storia c’è un ex militare della Marina, proveniente dal territorio casertano, la cui morte – avvenuta nell’estate del 2015 – è stata causata da una grave patologia legata all’inalazione prolungata di fibre di amianto durante gli anni di servizio.

Le più recenti decisioni della magistratura hanno delineato con chiarezza il quadro delle responsabilità, attribuendo in modo inequivocabile le colpe all’Amministrazione della Difesa. Due distinti pronunciamenti hanno infatti confermato come l’uomo abbia operato per anni in ambienti altamente contaminati, senza che fossero adottate adeguate misure di sicurezza per la tutela della sua salute.

In sede civile, il tribunale capitolino ha stabilito un risarcimento di oltre un milione di euro a favore dei familiari più stretti – la moglie e le figlie – riconoscendo il nesso diretto tra l’attività svolta e la malattia contratta. Successivamente, anche la giustizia amministrativa ha rafforzato tale impostazione, disponendo un ulteriore indennizzo economico e consolidando così il principio di responsabilità pubblica.

Tuttavia, il percorso giudiziario non si è concluso con queste sentenze. Un ulteriore passaggio si è reso necessario a seguito dell’intervento della Corte di Cassazione, chiamata a esprimersi su un nodo delicato: il diritto al risarcimento di una delle figlie, inizialmente esclusa dai benefici per motivi legati alla sua posizione fiscale.

Secondo i giudici di legittimità, tale interpretazione risultava eccessivamente rigida e non in linea con una lettura sostanziale del concetto di danno familiare. È stato quindi disposto un nuovo esame del caso da parte della Corte d’Appello competente, aprendo alla possibilità di riconoscere i diritti anche a chi, pur non risultando formalmente a carico, ha subito una perdita affettiva diretta e profonda.

A rappresentare la famiglia è stato un legale impegnato da anni nella tutela delle vittime dell’amianto, che ha ripercorso con intensità emotiva le fasi più drammatiche della vicenda. Il ricordo degli ultimi giorni del militare restituisce l’immagine di un uomo consapevole della gravità della propria condizione, segnato da un senso di abbandono da parte delle istituzioni cui aveva dedicato la propria vita. Le testimonianze raccontano di una sofferenza fisica crescente e di un dolore umano condiviso con i suoi cari, travolti da una perdita devastante.

L’uomo aveva prestato servizio tra gli anni Sessanta e Settanta su navi ormai obsolete, operando quotidianamente in spazi in cui la presenza di amianto era diffusa e costante: dalle sale macchine agli ambienti comuni, fino alle condutture. Nonostante i rischi fossero già noti all’epoca, non furono adottate misure preventive adeguate.

Solo diversi anni dopo il decesso è arrivato il riconoscimento ufficiale della correlazione tra malattia e attività lavorativa, segnando un passaggio fondamentale per l’affermazione dei diritti dei familiari e, più in generale, per tutte le vittime esposte a sostanze nocive durante il servizio.

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