Madre e figlia avvelenate, l'errore sul padre
Il motivo è legato alla possibile degradazione della tossina nei campioni biologici
Il caso di Pietracatella resta avvolto da molti interrogativi, anche alla luce degli ultimi sviluppi tecnici emersi dalle analisi scientifiche. Le indagini sulla morte di Sara e Antonella Di Ielsi, decedute durante le festività natalizie, hanno confermato un dato centrale: entrambe sarebbero morte per un’intossicazione acuta da ricina, una tossina estremamente potente.
La ricina è una sostanza che deriva dalla pianta di ricino ed è considerata altamente pericolosa: anche piccole quantità possono provocare gravi danni all’organismo. Tuttavia, come ha spiegato Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, in Italia i casi di intossicazione sono rari e generalmente non letali: si registrano ogni anno circa 7-8 episodi, quasi sempre legati a ingestione accidentale di semi e senza esiti mortali.
Il nodo dell’unico sopravvissuto
Resta però il punto più delicato dell’inchiesta: la posizione di Gianni Di Vita, unico sopravvissuto della famiglia. Gli esami effettuati su di lui sono risultati negativi alla ricina, ma questo non ha portato a un ridimensionamento delle ipotesi investigative.
Secondo gli esperti e la Procura di Larino, la negatività non escluderebbe automaticamente un’esposizione alla sostanza. Il motivo è legato alla possibile degradazione della tossina nei campioni biologici: con il passare del tempo, e in base alle modalità di conservazione, le tracce della ricina potrebbero ridursi fino a scomparire completamente.
Il confronto tra esperti
Su questo aspetto si è aperto un confronto tecnico. Da un lato, il Centro Antiveleni sottolinea che un campione non adeguatamente conservato potrebbe perdere ogni traccia della sostanza nel giro di mesi. Dall’altro, l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani ha precisato di aver seguito protocolli rigorosi nella gestione dei campioni.
In una nota ufficiale, l’istituto ha spiegato che:
i campioni sono stati conservati a +4°C per le analisi sierologiche
e a -20°C per quelle molecolari
procedure standard che, secondo lo Spallanzani, escludono errori interni nella conservazione.
Indagini ancora aperte
Nonostante le divergenze tecniche, la Procura mantiene ferme le proprie ipotesi accusatorie. Gli inquirenti stanno continuando a lavorare per chiarire:
come sia avvenuta l’esposizione alla ricina
se tutte le persone coinvolte siano state contaminate allo stesso modo
e quale sia l’esatta dinamica dei fatti
Il caso resta quindi aperto e complesso, sospeso tra evidenze scientifiche, limiti delle analisi a distanza di tempo e ricostruzioni investigative ancora da consolidare.