Truffe web della camorra, imprenditore reinvestiva il denaro
avrebbe agito consapevolmente nell’interesse del gruppo criminale
Un’operazione dei Carabinieri di Napoli ha portato alla luce un giro di truffe informatiche organizzate dal clan Mazzarella. Tra gli indagati a piede libero figura un giovane imprenditore irpino, D.U., 28 anni, operante nel settore funebre e della cremazione, accusato di associazione a delinquere di stampo camorristico, truffa, accesso abusivo a sistemi informatici, riciclaggio e trasferimento fraudolento di beni.
I carabinieri hanno anche effettuato una perquisizione domiciliare a carico del giovane, ritenuto dalla pubblica accusa coinvolto nel reinvestimento dei profitti illeciti derivanti dalle frodi.
Il ruolo dell’imprenditore
Secondo la procura di Napoli, D.U. avrebbe agito consapevolmente nell’interesse del gruppo criminale. In alcune circostanze, il giovane imprenditore avrebbe partecipato alla fase di adescamento delle vittime, contattandole telefonicamente per convincerle a trasferire denaro su conti gestiti dai truffatori. Uno dei complici, a testimonianza del suo coinvolgimento, lo avrebbe lodato con la frase: “parla bene il fratello, parla bene”.
Per realizzare le truffe, la banda si serviva di piattaforme in grado di clonare siti bancari, replicando anche i numeri di telefono reali per rendere più credibile la frode.
Base operativa e sostegno logistico
Gli investigatori hanno ricostruito che D.U. avrebbe messo a disposizione della banda locali di sua proprietà nella zona industriale di Avellino, quando il gruppo necessitava di cambiare sede per evitare controlli. In un episodio documentato dalle telecamere, l’indagato, in compagnia di una donna non identificata, avrebbe assistito senza partecipare attivamente a una truffa nella sede di Napoli, durante la quale furono sottratti circa 15.500 euro a un correntista.
In qualità di amministratore unico della società familiare, D.U. avrebbe consentito a Gennaro Brusco (attualmente in carcere) di acquisire beni di provenienza illecita, come una moto da 13mila euro, intestandoli formalmente all’azienda di famiglia per eludere le norme patrimoniali. Lo stesso modus operandi sarebbe stato adottato per il leasing di una Porsche Macan e l’acquisto di un Rolex per Brusco.
Posizione giudiziaria
Tuttavia, il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Napoli, Luca Della Ragione, ha ritenuto che non sussistano sufficienti elementi di gravità indiziaria nei confronti di D.U. e di Gennaro Brusco per l’accusa di riciclaggio. Nelle circa 900 pagine dell’ordinanza, il gip sottolinea come le ipotesi delittuose ricostruite dalla polizia giudiziaria abbiano natura presuntiva.