Lo staff del Monaldi contro il primario: «Aggressività verbale e umiliazioni»
Il documento, rivolto tra gli altri alla direttrice generale Anna Iervolino, denuncia «una situazione di estrema gravità»
Una lettera datata 27 gennaio e firmata da infermieri, operatori socio-sanitari e tecnici di sala operatoria è stata indirizzata ai vertici dell’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l’Ospedale Monaldi.
Il documento, rivolto tra gli altri alla direttrice generale Anna Iervolino, denuncia «una situazione di estrema gravità» che, secondo i firmatari, comprometterebbe il benessere degli operatori e la sicurezza dell’assistenza ai pazienti.
La lettera letta dal legale della famiglia Caliendo
A rendere noto il contenuto della missiva è stato l’avvocato Francesco Petruzzi, legale dei genitori di Domenico Caliendo, il bambino di due anni morto il 21 febbraio dopo un trapianto di cuore. Il legale ha letto alcuni passaggi ai cronisti all’esterno del Duomo di Nola, collegando la vicenda al contesto dell’inchiesta in corso.
Nel documento il personale «palesa la situazione creata dal dottor Oppido», si legge, parlando di «sfiducia reciproca» e di una «gerarchia medico-centrica» accompagnata da «comunicazione assente», elementi che avrebbero generato una diffusa percezione di insicurezza tra infermieri, OSS e tecnici.
Le accuse nei confronti del medico
Nella lettera vengono elencati comportamenti attribuiti al dottor Guido Oppido, tra cui urla e aggressività verbale, umiliazioni pubbliche delle competenze professionali, linguaggio offensivo e denigratorio, atteggiamenti intimidatori tali da inibire il confronto in équipe, oltre a reazioni ostili anche in contesti formali.
Secondo i firmatari, tali episodi si verificherebbero prevalentemente in sala operatoria e con una frequenza tale da creare «un clima lavorativo caratterizzato da paura, tensione costante e perdita di fiducia reciproca».
Le conseguenze sul personale
Il documento descrive anche le ripercussioni sul piano umano e professionale: ansia persistente, tremori, difficoltà di concentrazione durante le attività chirurgiche, stress e un diffuso stato di burnout.
«Le accuse di essere totalmente incuranti dei bisogni dei pazienti e del loro stato di salute non sono più accettabili e tollerate dall’intera équipe», si legge ancora nella missiva.
In conclusione, il personale riferisce di aver valutato congiuntamente la possibilità di chiedere il trasferimento, ritenendo la situazione non più sostenibile.
La vicenda si inserisce nel quadro dell’inchiesta aperta dalla magistratura sulla morte del piccolo Domenico, mentre resta da chiarire ogni responsabilità nelle sedi competenti.