Via alle pensioni più alte nel 2026
Ecco cosa cambia davvero
Chi andrà in pensione nel corso del 2026 potrà contare su assegni mediamente più elevati rispetto a chi ha lasciato il lavoro negli anni immediatamente precedenti. L’aumento non sarà automatico né uguale per tutti, ma dipenderà dall’età di uscita e dalla storia contributiva individuale. Alla base del miglioramento ci sono due fattori chiave: una forte rivalutazione del montante contributivo e l’applicazione dei coefficienti di trasformazione aggiornati.
Rivalutazione dei contributi: uno dei valori più alti degli ultimi anni
Il principale elemento che favorisce chi va in pensione nel 2026 è l’incremento del valore dei contributi versati durante la vita lavorativa. Il tasso di capitalizzazione fissato dall’Istat per il 2026 è pari a +4,04%, un livello particolarmente elevato nel confronto storico.
Per comprendere l’entità del dato, basta guardare agli anni precedenti:
nel 2024 la rivalutazione era stata del +2,3%;
nel 2025 si era saliti al +3,66%;
nel 2026 si supera la soglia del 4%.
La rivalutazione si applica ai contributi maturati fino al 31 dicembre 2024 e serve ad aggiornare il loro valore in base all’andamento dell’economia nazionale.
Chi beneficia dell’aumento
Il meccanismo riguarda esclusivamente le pensioni calcolate, in tutto o in parte, con il metodo contributivo. In questo sistema l’assegno non dipende dagli ultimi stipendi, ma dall’ammontare complessivo dei contributi versati nel corso della carriera.
Rientrano tra i principali beneficiari:
i lavoratori che al 31 dicembre 1995 non avevano maturato almeno 18 anni di contributi;
chi ha iniziato a lavorare dal 1° gennaio 1996 in poi, la cui pensione è interamente contributiva.
L’effetto è invece più limitato per chi aveva già raggiunto i 18 anni di contribuzione entro la fine del 1995, poiché per questi lavoratori il metodo contributivo si applica solo alle quote maturate dal 2012 in avanti.
Chi resta escluso
La rivalutazione del montante contributivo non riguarda chi è già in pensione entro il 31 dicembre 2025. Per questi soggetti l’unico adeguamento previsto dal 2026 è la perequazione automatica, legata all’inflazione e non alla crescita del PIL.
Si tratta di due meccanismi distinti:
la perequazione tutela il potere d’acquisto degli assegni già in pagamento;
la rivalutazione del montante incide invece sul calcolo iniziale della pensione.
Cos’è il montante contributivo
Il montante contributivo rappresenta la somma di tutti i contributi versati dal lavoratore durante la carriera, rivalutati anno dopo anno. Per i lavoratori dipendenti e i collaboratori l’aliquota contributiva è pari al 33% della retribuzione, mentre per gli autonomi varia generalmente tra il 24% e il 25%.
Ogni anno il montante viene aggiornato in base alla media quinquennale del PIL nominale, in modo da preservare il valore reale dei contributi nel tempo.
Rivalutazione 2026: esempi concreti
Il coefficiente di rivalutazione per il 2026 è pari a 1,040445. Questo significa che:
un montante di 100.000 euro al 31 dicembre 2024 sale a circa 104.044 euro;
un montante di 200.000 euro raggiunge circa 208.089 euro.
A questi importi vanno poi aggiunti i contributi versati nel 2025 e nel 2026, prima di procedere al calcolo della pensione vera e propria.
Coefficienti di trasformazione: l’altro lato della medaglia
Una volta rivalutato il montante, il valore viene trasformato in pensione annua attraverso i coefficienti di trasformazione, che variano in base all’età di uscita, dai 57 ai 71 anni. Questi coefficienti vengono aggiornati ogni due anni per tenere conto dell’aspettativa di vita.
Per il biennio 2025-2026 i coefficienti sono stati rivisti al ribasso rispetto al passato. Ciò significa che, a parità di montante, la percentuale applicata è leggermente più bassa rispetto agli anni precedenti.
L’effetto finale sull’assegno
Il risultato complessivo è un equilibrio tra due forze opposte:
da un lato, un montante contributivo più elevato grazie alla forte rivalutazione;
dall’altro, coefficienti di trasformazione meno favorevoli per alcune età di pensionamento.
In molti casi, tuttavia, l’effetto netto resta positivo: chi va in pensione nel 2026 potrà beneficiare di assegni più alti rispetto a chi è uscito dal lavoro negli anni immediatamente precedenti, soprattutto per chi ha una carriera interamente contributiva e decide di posticipare l’uscita.