Ucciso a 13 anni dopo una lite, non ci sono colpevoli
La madre: “Non chiediamo vendetta, ma giustizia”
«Non abbiamo mai cercato vendetta, ma giustizia. E la giustizia deve essere fatta leggendo con attenzione gli atti del processo». Con queste parole Amalia Iorio, madre di Emanuele Di Caterino, torna a far sentire la propria voce nel lungo e complesso iter giudiziario legato all’uccisione del figlio, avvenuta il 7 aprile 2013 ad Aversa, in provincia di Caserta.
Emanuele aveva appena 13 anni quando fu colpito mortalmente da una coltellata alla schiena durante una lite tra giovanissimi. Un’aggressione che, secondo quanto ricostruito, avvenne per mano di un coetaneo dell’epoca, Agostino Veneziano, oggi 29enne, che quella sera avrebbe portato con sé un coltello.
I fatti e le indagini
Dalle indagini è emerso che, dopo aver ferito mortalmente Emanuele, Veneziano venne inseguito dagli amici della vittima. Alcuni di loro rimasero a loro volta feriti durante l’inseguimento. L’episodio ha dato origine a due distinti procedimenti giudiziari: uno per lesioni, conclusosi con l’assoluzione dell’imputato per legittima difesa, e un secondo per omicidio, tuttora in corso davanti alla IV sezione penale della Corte d’Appello di Napoli.
Nei prossimi giorni il processo tornerà in aula. Il sostituto procuratore generale di Napoli, Valter Brunetti, al termine della requisitoria ha chiesto l’assoluzione di Veneziano, ritenendo configurabile anche in questo procedimento la legittima difesa.
La posizione della famiglia e dei legali
Una richiesta che ha riaperto il dolore della famiglia di Emanuele. Assistita dagli avvocati Maurizio Zuccaro, Sergio Cola e Barbara Esposito, la madre del ragazzo ha sempre sostenuto la piena responsabilità dell’imputato.
Secondo i legali, l’autopsia ha chiarito un elemento centrale: Emanuele è stato colpito alla schiena, quando non rappresentava più alcun pericolo. Nelle memorie depositate in giudizio viene inoltre evidenziata la sproporzione tra i comportamenti delle parti: la vittima era disarmata, mentre l’imputato impugnava un coltello.
«Solo dopo che Emanuele era stato accoltellato – spiega l’avvocato Zuccaro – i suoi amici si sono scagliati contro Veneziano, vedendolo a terra privo di vita». Il legale sottolinea anche alcune incongruenze nella versione fornita dall’imputato: «Ha mentito sulla provenienza dell’arma, sostenendo inizialmente di averla trovata a terra, mentre è stato accertato che era sua». L’autopsia, inoltre, ha stabilito che il colpo fu inferto dall’alto verso il basso, elemento che smentirebbe la tesi secondo cui Veneziano si sarebbe difeso da terra.
Tredici processi e un iter giudiziario senza fine
Quella di Emanuele Di Caterino è una vicenda giudiziaria lunga e complessa: finora sono stati celebrati tredici processi. In primo grado Veneziano fu condannato a 8 anni di reclusione, pena aumentata a 10 anni in appello. Nel 2023 la Cassazione ha annullato la sentenza con rinvio. Un nuovo processo di secondo grado si è concluso con una condanna a 8 anni, anch’essa annullata nel 2024, con richiesta di ulteriori approfondimenti sul tema della legittima difesa.
A rallentare ulteriormente il procedimento hanno contribuito anche difficoltà organizzative, tra cui l’impossibilità di comporre il collegio giudicante per incompatibilità.
L’appello al Ministro della Giustizia
Di recente Amalia Iorio ha lanciato un appello pubblico al ministro della Giustizia Carlo Nordio, chiedendo un intervento e denunciando un calvario giudiziario che dura da oltre dieci anni.
«Emanuele è figlio di tutti», ribadisce la madre. «Un ragazzo di 13 anni uscito di casa per divertirsi e ucciso da chi aveva deciso di portare con sé un coltello». Una richiesta di verità e giustizia che, a distanza di oltre un decennio, attende ancora una risposta definitiva.