Muore in carcere dopo aver ucciso la moglie, è omicidio
La morte di Lacarpia non sarebbe stata un gesto volontario ma l’epilogo di una violenza subita all’interno della cella
Giuseppe Lacarpia non si è tolto la vita. Il 65enne, trovato morto nel carcere di Bari il 22 ottobre 2024, è stato ucciso da un compagno di cella, esasperato da quello che riteneva un continuo “fastidio”. È quanto emerge dalle indagini della Procura di Bari, che oggi hanno portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di due detenuti, entrambi già reclusi per altri reati.
A finire in carcere con l’accusa di omicidio è Francesco Saverio Scarano, 45 anni, ritenuto responsabile anche di un tentato omicidio avvenuto pochi giorni prima nella stessa cella. Per Vincenzo Michele Guglielmi, 23 anni, il gip del Tribunale di Bari ha disposto invece gli arresti domiciliari. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, coordinati dalla Procura e condotta dalla Squadra Mobile, la morte di Lacarpia non sarebbe stata un gesto volontario ma l’epilogo di una violenza subita all’interno della cella.
L’uomo era stato arrestato due settimane prima per il femminicidio della moglie, Maria Arcangella Turturro, uccisa a Gravina in Puglia. In carcere, riferiscono gli investigatori, Lacarpia parlava spesso da solo, pregava, camminava e si lamentava anche durante le ore notturne, atteggiamenti che avrebbero scatenato l’insofferenza di Scarano. Nell’ordinanza firmata dal gip Alfredo Ferraro si legge che il 45enne era “stanco” del comportamento del compagno di cella, ritenuto disturbante, e che avrebbe deciso di intervenire personalmente.
Emblematica una frase intercettata dagli investigatori, pronunciata da Scarano dopo che Lacarpia aveva manifestato il desiderio di “raggiungere in paradiso” la moglie: “Mo’ ci penso io”. Nella notte del 22 ottobre, secondo l’accusa, Scarano avrebbe strangolato il 65enne mentre gli altri detenuti presenti assistevano senza intervenire.
Le indagini hanno inoltre fatto luce su un altro episodio avvenuto il 19 ottobre, inizialmente archiviato come tentato suicidio. In quella occasione un detenuto 28enne di origine salentina era stato trovato privo di sensi nel bagno della cella. In realtà, anche in quel caso, si sarebbe trattato di una violenta aggressione. Il giovane sarebbe stato preso di mira perché in passato collaboratore di giustizia, picchiato brutalmente e costretto a simulare l’impiccagione con un laccio improvvisato. Dopo due tentativi falliti, al terzo il 28enne aveva perso conoscenza.
Secondo gli inquirenti, i due episodi sarebbero dunque legati da un medesimo contesto di violenze sistematiche all’interno della cella, mascherate inizialmente come atti di autolesionismo. Una ricostruzione che ribalta completamente la versione iniziale dei fatti e apre ora scenari inquietanti sulla gestione della sicurezza all’interno dell’istituto penitenziario barese.