Bonus sulle pensioni, bisogna fare richiesta
Come funziona e quando conviene
Restare al lavoro anche dopo aver maturato i requisiti per la pensione anticipata può trasformarsi in una scelta economicamente vantaggiosa. È questo il senso del cosiddetto bonus Giorgetti, confermato anche per il 2026 dalla Legge di Bilancio. La misura, nota anche come bonus Maroni o bonus Quota 103, consente ai lavoratori di aumentare lo stipendio netto rinunciando a una parte dei contributi previdenziali destinati alla futura pensione.
Il meccanismo è semplice: lo Stato rinuncia alla quota di contributi normalmente a carico del lavoratore e quella somma finisce direttamente in busta paga. Un beneficio immediato che rafforza il potere d’acquisto, ma che comporta effetti da valutare attentamente nel lungo periodo.
A chi è rivolto
Il bonus si rivolge a una platea ben definita di lavoratori dipendenti, sia del settore pubblico sia di quello privato, iscritti all’Assicurazione Generale Obbligatoria o a forme previdenziali sostitutive ed esclusive. Non si tratta di una proroga tecnica, ma della conferma di una strategia volta a trattenere al lavoro le competenze più esperte, rallentando l’uscita dei lavoratori senior dal mercato.
Dal 2026, continuare a lavorare dopo aver maturato il diritto alla pensione anticipata non è più soltanto una scelta personale o professionale, ma una vera e propria opzione finanziaria, con pro e contro ben definiti.
I requisiti
Possono accedere al bonus i lavoratori che, entro il 31 dicembre 2025, abbiano maturato i requisiti per la pensione anticipata con Quota 103, ovvero:
almeno 62 anni di età;
41 anni di contributi;
un rapporto di lavoro dipendente attivo.
Quanto aumenta lo stipendio
Il vantaggio economico è immediato. La quota di contributi normalmente trattenuta in busta paga – pari al 9,19% della retribuzione imponibile – viene erogata direttamente al lavoratore. In termini pratici, lo stipendio può aumentare di 150-250 euro lordi al mese, a seconda del reddito annuo.
Un aspetto rilevante è che questa somma non concorre alla formazione del reddito: non è soggetta a Irpef e non incide sugli scaglioni fiscali.
Come si richiede
Il bonus non viene riconosciuto automaticamente. Il lavoratore deve presentare domanda telematica all’Inps. Dopo le verifiche sui requisiti, l’Istituto autorizza il datore di lavoro a versare direttamente in busta paga la quota contributiva spettante.
L’effetto sulla pensione
Il rovescio della medaglia è evidente: percepire oggi una parte dei contributi significa ridurre l’importo della pensione futura. Il sistema contributivo si basa infatti sul montante accumulato nel tempo.
Senza bonus, ogni mese viene versato all’Inps il 33% della retribuzione (9,19% lavoratore + quota datore).
Con il bonus, la contribuzione effettiva scende al 23,81%, perché la parte del lavoratore non viene più accantonata.
Il montante continua a crescere, ma più lentamente.
Il fattore età attenua la perdita
A mitigare l’impatto interviene il coefficiente di trasformazione, che aumenta con l’età di pensionamento. Andare in pensione più tardi consente di applicare una percentuale più favorevole nel calcolo dell’assegno.
In altre parole: anche se negli ultimi anni si versano meno contributi, il fatto di ritirarsi a 64 o 65 anni invece che a 62 può compensare in parte la riduzione del montante.
Conviene davvero?
La risposta dipende dal singolo caso. Il criterio più utilizzato è il punto di pareggio:
si calcola il totale del reddito extra incassato grazie al bonus;
si stima di quanto sarà più bassa la pensione annua;
si valuta in quanti anni la riduzione dell’assegno “mangia” il vantaggio iniziale.
In linea generale, il bonus risulta più conveniente per chi prevede una permanenza in pensione inferiore ai 20-25 anni. Chi invece dovesse vivere più a lungo rischia, nel tempo, di restituire sotto forma di pensione ridotta più di quanto ha incassato in busta paga.