Tra i titoli del momento su Netflix pare sia in testa Lidia Poët, la serie incentrata sulla prima donna che in Italia ha dedicato la sua vita all’avvocatura.

Una cosa che ho trovato simpatica, è che nella serie, ambientata nel principio del secolo scorso, ci si rivolge a Lidia sempre col termine “avvocata”, cosa che oggi farebbe storcere il naso a molti. Ebbene, si può dire avvocata.
Ma perché ha tanta importanza questo termine? Perché è giusto, dare il giusto nome alle cose. Per quanto cacofonico o strano possa sembrare ai molti che dicono ” ma perché dire avvocata, se si è sempre detto avvocato?”, la serie è la chiara risposta a questa domanda. Perché c’è chi come Lidia Poët ha lottato per affermare il proprio ruolo nella società, anche contro chi sosteneva che l’avvocatura non fosse un mestiere per donne “a causa della loro costituzione”. Poteva esistere motivazione più stupida?

Grazie a Netflix e alla regia di Matteo Rovere e Letizia Lamartire, abbiamo potuto conoscere questo personaggio, interpretato da una bellissima Matilde De Angelis. Bisogna però dare a Cesare quello che è di Cesare, e per quanto nobile fosse il fine di ricreare una serie su un personaggio storico tanto importante, si poteva evitare di adattarlo ai gusti del pubblico. Infatti, la serie si presenta come un poliziesco, in cui la protagonista inventa mille sotterfugi per poter continuare ad investigare su i casi che le vengono assegnati, nonostante la Corte d’Appello le abbia revocato l’iscrizione all’albo, il tutto condito con una fitta relazione di intrighi amorosi.

Sorge spontanea una domanda. Questa serie rende giustizia alla vera Lidia Poët?
Probabilmente no…
Ringraziamo comunque Netflix per averci fatto conoscere questo personaggio, e speriamo subito in una stagione 2.