«Il reddito di cittadinanza è stato un fallimento totale, nonostante abbia avuto un costo esorbitante per lo Stato, pari a circa 9 miliardi di euro». È la leader di Fratelli d’italia, Giorgia Meloni, a intonare da Twitter il de profundis del reddito di cittadinanza, la misura bandiera del Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte. Uno strumento che per Meloni ha «fallito» sia come strumento di lotta alla povertà, che «doveva essere abolita e invece ha raggiunto i massimi storici», ma anche come politica attiva del lavoro, «visto che pochissimi dei percettori sono stati alla fine assunti e hanno trovato un lavoro dignitoso».

La leader di FdI, oggi in testa ai sondaggi, utilizza il palcoscenico social non solo per criticare il RdC, ma anche per rivendicare “il primato” della sua contestazione: «Oggi lo dicono un po’ tutti, però rimane che Fratelli d’Italia è stata l’unica forza politica di tutto il Parlamento, nella legislatura appena conclusa, che non ha mai votato a favore del Reddito di cittadinanza».

 

I distinguo del Centrodestra

 

Il riferimento, nemmeno troppo velato, è alla Lega di Matteo Salvini che nel governo Conte I, contribuì a varare la misura. Ma anche a Forza Italia che, insieme al Carroccio, ha preso parte al Governo Draghi, in cui non è mai ventilata l’ipotesi della sua abolizione, oltre le necessarie revisioni. E così da via Bellerio si preferisce non parlare di cancellazione, ma di «una profonda riforma», resa necessaria dell’«elevato numero di frodi». Come? Mantenendo il sostegno al reddito «per i percettori inidonei al lavoro», pur  rivedendo i criteri di accesso, per dare maggior peso al quoziente familiare, e rimodulando gli importi in funzione delle differenti soglie di povertà assoluta registrate sul territorio nazionale». Mentre per gli idonei al lavoro, garantire che questa misura possa fare da ammortizzatore sociale finalizzato all’occupazione, combinando corsi di formazione e tirocini, oltre al coinvolgiment di aziende private.

Sulla linea della revisione, seppur in forma “ridotta” anche il coordinatore di Forza Italia, Antonio Tajani, per il quale andrebbe invece ridotta la platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza, destinando le risorse in più agli anziani con pensioni basse e agli invalidi. Di certo, con un centrodestra a trazione meloniana, il reddito sarebbe destinato a subire una profonda revisione, anche se non è escluso l’addio definitio alla misura.

 

M5S verso il “rafforzamento”

 

Dalla parte opposta il  M5S, padre della misura, che non fa alcun passo indietro sul Reddito, salvo proporre un suo ulteriore rafforzamento, con misure per rendere più efficiente il sistema delle politiche attive e il monitoraggio delle misure antifrode.

 

 Terzo polo, tra abolizione e riforma sostanziale

 

C’è chi, in attesa del propramma del Terzo polo – che sarà presentato domani – scommette che Renzi e Calenda punteranno su una profonda revisione di questa misura. Anche se i due leader , in passato, hanno mostrato qualche divergenza in merito. Se da Carlo Calenda non c’è mai riferimento all’abolizione perché  «ci sono persone  – ha detto ai microfoni di Rt 102.5  – che non sono in grado di lavorare e sono da aiutare», il leader di Italia viva, non troppo tempo, si è fatto promotore di un rederendum per la cancellazione tout court della misura, almeno per le fasce di beneficiari “impiegabili”.

 

Pd e il “modello Saraceno”

 

Dal programma del Pd, mai contrario all’introduzione della misura, arriva la necessità di «ricalibrare opportunamente» il reddito di cittadinanza, «secondo le indicazioni elaborate dalla Commissione Saraceno, a partire dall’ingiustificata penalizzazione delle famiglie numerose e/o con minori». Ma si fa anche un passo in più chiedendo l’integrazione pubblica alla retribuzione (in-work benefit) in favore dei lavoratori e delle lavoratrici a basso reddito, come proposto dalla Commissione sul lavoro povero.