Da un’economia delle scorte a un’economia di guerra e dei razionamenti. A tre settimane di distanza dall’inizio del conflitto in Ucraina, Mario Draghi aveva detto: «Ancora non siamo in un’economia di guerra, ma è bene prepararsi». Era inizio marzo. Da allora sono passati due mesi e adesso la war economy rischia di costare caro alle famiglie italiane. Spenderemo di più per la spesa e per le bollette dell’energia, già alle stelle.

L’olio di semi di girasole costa il 43 per cento in più rispetto a un anno fa, la pasta di grano duro il 17 per cento in più. Rischiamo di dover fare i conti con gli scaffali dei negozi semivuoti e per effetto del caro-petrolio viaggeremo meno. lo sconto sulla benzina di 25 centesimi (Iva esclusa) è stato prorogato solo fino a luglio. Sacrifici anche per gli statali: la stretta a termosifoni e condizionatori degli uffici pubblici impone alle pa di fissare i termostati a quota 27 gradi quest’estate. A 19 gradi durante i mesi invernali.

Un’economia di guerra si finanzia con tasse e debito pubblico. E lascia sempre in eredità un tasso d’inflazione difficile da riportare sotto la soglia di attenzione. Il costo del carrello della spesa è destinato ad aumentare ancora. Anche i prezzi delle materie prime continueranno a salire. E il caro-energia si acuirà ulteriormente. La guerra in Ucraina già si riflette pesantemente sul costo dei beni alimentari. Tra i prodotti che sono aumentati di più nell’ultimo mese, secondo Altroconsumo, ci sono la farina 00 (+6,2%) e il caffè (+4%). Il costo del gas è quintuplicato dall’inizio del 2021.