Prima il ritrovamento di un ordigno inesploso del tipo ”bomba ananas” di fabbricazione serba nel Caf gestito dai commercialisti Marco Varvato e Francesco Conte (anche loro coinvolti nell’inchiesta) il 31 ottobre del 2019. Poi, qualche giorno dopo, il 2 novembre dello stesso anno, l’esplosione contro la serranda dello stesso studio di alcuni colpi di arma da fuoco. E’ da questi due episodi intimidatori che e’ partita l’inchiesta che sta scuotendo in queste ore il mondo politico di Torre Annunziata.

Le indagini

Dalle indagini e’ emerso come lo studio si occupasse della gestione di attivita’ e societa’ riconducibili alla famiglia Onda. In particolare a Salvatore Onda, nipote di Umberto Onda, detenuto in regime di 41 bis. Considerato elemento di spicco del clan Gionta. Proprio le attivita’ di monitoraggio avviate su Onda avrebbero permesso di rilevare come l’uomo (considerato a capo della presunta organizzazione) avrebbe rivestito ”un ruolo chiave – sottolineano i tre pubblici ministeri che indagano sul caso – nella vita politica di Torre Annunziata. Costituendo elemento di raccordo e collegamento tra amministratori pubblici del Comune, consiglieri regionali ed imprenditori. Gestiscono i vari servizi concessi in appalto dal Comune in maniera diretta o attraverso societa’ ‘partecipate”’.

La Dda

L’indagine, condotta dalla Dda, vede iscritti nel registro degli indagati dodici soggetti, tra i quali l’attuale sindaco di Torre Annunziata Vincenzo Ascione, l’ex vicesindaco Luigi Ammendola, coinvolto in un’altra indagine insieme all’ex dirigente dell’ufficio tecnico Nunzio Ariano (anche lui tra gli indagati in questo ulteriore filone), il presidente del Consiglio comunale Giuseppe Raiola e l’assessore Luisa Refuto, tutti accusati in concorso di associazione di tipo mafiosa, traffico di influenze e corruzione (per quest’ultimo reato il primo cittadino non e’ indagato). Tra le persone raggiunte da avviso di garanzia figura anche l’ex consigliere regionale Carmine De Pascale, accusato di traffico di influenze in concorso.