La forma dell’inquietudine

Il Signor G ieri e oggi

Il giorno 9 dicembre si è tenuto, presso l’aula magna dell’Istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli, l’incontro con la fondazione Gaber in memoria del grande cantautore Giorgio Gaber. Presenziavano al tavolo il sociologo e Prof. Antonello Petrillo, il Presidente della Fondazione Gaber Paolo Dal Bon e il Prof. Augusto Sainati coordinatore dell’Unità Napoletana della Ricerca Nazionale CNR (1995-98) sulla storia dello spettacolo cinematografico in Italia. Il dibattito dà il via ad una profonda immersione nel mondo Gaber.

Vengono analizzati vari aspetti della carriera lavorativa del cantautore e di come egli sia attuale ancora oggi. Gaber ha segnato la storia della musica, del teatro e della prosa a partire dagli anni ’70 fino alla sua prematura morte. È stato un trentennio ricco per chi ha vissuto la generazione Gaber, lo testimoniano i presenti, ma la sua diversità vive perché è un vero e proprio contemporaneo; racconta bene la sua epoca ma ha la capacità di avere uno sguardo laterale proiettato verso il futuro – il Prof. Augusto Sainati dice:” Se ascoltate Gaber troverete voi stessi, le vostre ansie, le vostre paure, gli errori. Tutti noi riusciamo a identificarci nelle sue parole. (…) Sul piano intimo, generazionalmente parlando, mi auguro che tutti voi abbiate questa inquietudine.

Paolo Dal Bon inizia il suo intervento citando il pittore, paroliere e scrittore italiano Sandro Luporini, una delle persone a cui Gaber teneva di più. I due condividevano il pensiero e la scrittura, accomunati da una duplice firma che resta tutt’ora nella storia italiana. Il Signor G, chiamato così dai suoi estimatori, viene definito un vero e proprio classico; protagonista della cultura ha saputo utilizzare ogni tipo di linguaggio.

La continua ricerca dell’essenzialità porta Gaber a smascherare le false verità, bisognava spogliarsi di tutto ciò che non era imprescindibile, lui ha fatto questo, i grandi fanno questo. Magnifico provocatore, spaziava tra argomenti di una certa rilevanza fino ad arrivare alle “cose” semplici della vita quotidiana, citando uno dei suoi testi “Chiedo scusa se parlo di Maria” lascia trapelare appieno il suo messaggio, facendo nascere spontaneamente la domanda “Posso parlare del Vietnam o della Cambogia, ma se non parlo di Maria, una persona che mi sta accanto, come posso comprendere il mondo?” domande comuni, che possono rispecchiare il pensiero di tutti. Non lasciamo spegnere la sensibilità che ci conduce hai nostri “Perché?”; d’altronde si è scelta una sede universitaria per questo incontro, perché è qui bisogna insegnare la virtù di farsi delle domande. Amante della politica fa una riflessione molto lucida: “Si parla molto di politici e non di politica (…) i governanti rispecchiano noi.”, ma è proprio qui che quando la realtà non riesce ad essere più stimolante, sente il bisogno di comunicare in maniera più teatrale, così inizia a scrivere in prosa. Nel 1970 porta in scena “la canzone nel teatro”, creando così un nuovo genere.

I suoi spettacoli erano una costante ricerca di condivisione, ascolto e umiltà, molto fisico e pieno di gestualità riusciva a trasmettere le emozioni al suo pubblico. Subito dopo la sua morte viene pubblicata la canzone “Io non mi sento italiano”, dove si mette in evidenza una sorta di contrasto che unisce una dimensione pessimista e autocritica ad un senso di fierezza, un po’ il pensiero che accomuna tutti noi, porta alla luce quello che sentiamo. Immersi in una confusione, vogliono convincerci che è la nostra realtà; ma la libertà inizia con quella degli altri, la libertà è partecipazione. L’artista è colui che dà una forma a qualcosa che non ha forma, altrimenti è la fine della storia.

Grazie Signor G per aver dato una forma alla nostra storia.