Vanity Fair le ha dedicato un articolo a tutta pagina. Giovane, forte e tenace, al servizio dei più fragili. Si tratta di Filomena Carillo, 33enne di Ottaviano, psicologa all’opera per la onlus “Maestri di Strada”.  «Non mi è mai piaciuto dividere il mondo in buoni o cattivi, ma in diversi gradienti di complessità», spiega la giovane donna di Ottaviano. Per la onlus Maestri di Strada, dove coordina la formazione per terzi, scuole ed enti del terzo settore, e quella interna che riguarda il personale, la ricerca, le risorse umane e i meccanismi di valutazione.  A Vanity Fair racconta che ha cominciato «dall’invito di un mio caro amico, l’ho accompagnato a seguire dei laboratori di teatro organizzati da Maestri di Strada nell’ambito “arte e educazione” che include musica e varie discipline creative. Durante la preparazione, che doveva portare allo spettacolo di fine anno, sono tornata più volte, fino ad andare ogni settimana, i giovani partecipanti si affezionavano a me e io a loro. In particolare mi ha segnato l’incontro con una ragazza, decisivo nella scelta di rimanere lì».

«Essere una Maestra di Strada significa non essere mai sola, credere fortemente che le cose si possono fare ma insieme a qualcuno che ci crede con te, significa imparare a cooperare, a collaborare in gruppo, a “prestare la propria mente” a chi non ce la fa, e spesso sono gli adulti a non farcela. Significa coltivare un rapporto umano con il territorio e con chi lo vive, fare domande, non arrendersi davanti alle situazioni che sembrano risolte, perché ti devi spaventare quando hai le soluzioni non quando non ce le hai. I maestri e le maestre di strada possono imparare dai propri errori senza aver paura di sbagliare senza pensare che a 30 anni, a 40 o a 60 hai smesso di crescere. Oltre a operare in strada, costruiamo dentro le istituzioni, nelle strutture occupate, facciamo capanne nelle stanze per i bambini, creiamo qualcosa che possa resistere. Il nostro non è solo un errare, ma anche proteggere, inventare. Preferisco parlare al plurale e posso dire che in più occasioni siamo frustrati, perché ci dobbiamo scontrare con l’impotenza di non poter gestire, cambiare, sistemare e questo fa male. Con genitori, docenti, abitanti, operatori, dobbiamo tollerare che va così e capire quando c’è bisogno di fermarsi, senza comunque far spegnere la fiamma che ci porta a riprendere il filo».