Si era trovato senza lavoro, con una famiglia da mantenere e con una situazione economica estremamente precaria. Per questo aveva deciso di rivolgersi ad un usuraio per farsi prestare 5mila euro. Una decisione che non solo non aveva risolto i suoi problemi, ma aveva finito per aggravarli. Cosi’, pressato dalla continue richieste, aveva deciso di farla finita con la vita, gettandosi sotto un treno. Ieri, tre anni dopo quel fatto, il tribunale di Rimini ha condannato l’usuraio a quattro anni e otto mesi di reclusione, non solo per lesioni personali aggravate, usura ed estorsione, ma anche per la morte come conseguenza di questi reati. Il tribunale, in pratica, ha sancito che proprio quei crimini sono stati alla base del suicidio della vittima, un riminese di 40 anni. Trovatosi in cattive acque, l’uomo si era fatto prestare i soldi da un 30enne di origine campana, gia’ con precedenti specifici, e che attualmente si trova nel carcere napoletano di Poggioreale per altri reati.

Il debito, in pochissimo tempo, come sempre succede in questi casi, era cresciuto a dismisura, arrivando a quadruplicare. Ed erano arrivate anche violenze e minacce, rivolte pure ai tre figli dell’uomo che a un certo punto e’ stato sopraffatto dalla situazione. La procura di Rimini, per dimostrare la propria tesi poi accolta dal giudice ha portato numerose testimonianze su episodi specifici, che hanno poi portato alla condanna. Episodi andati avanti fino al giorno del gesto estremo della vittima, quando il suo cellulare aveva squillato ben 58 volte. Le indagini erano partite per una frase scritta su una foto dei figli, un messaggio con il quale il 40enne riminese spiegava le ragioni del proprio gesto e chiedeva perdono.

Ma grazie al quale gli investigatori sono riusciti a risalire all’usuraio e a ricostruire la storia che stava dietro a quel suicidio. Sono stati sentiti numerosi testimoni, fra i quali la madre della vittima, anche lei aggredita dall’usuraio per il debito. Nell’arco di pochi mesi sono state contate oltre 600 telefonate, ma anche agguati e minacce. Una volta, ad esempio, era andato a casa sua con un coltello ed aveva minacciato di usarlo anche con i figli piccoli. Un’altra volta era passato alle vie di fatto, sferrandogli un pugno in viso che lo aveva costretto ad andare in ospedale per essere medicato: per paura di ulteriori ritorsioni aveva raccontato ai medici del pronto soccorso di essere stato colpito dopo un diverbio stradale