Carmine Amoruso era scampato a il primo agguato il 9 luglio del 2009. Finì ucciso l’innocente Nicola Nappo che gli somigliava fisicamente. All’epoca Amoruso era legato al gruppo di Antonio Giugliano, detto “’o Savariell”, che si contrapponeva al clan Sorrentino di Scafati. Per questo motivo divenne obiettivo di un agguato al quale riuscì a sfuggire perché i sicari sbagliarono persona e spararono a un ragazzo che gli somigliava. Due mesi dopo, finì nella rete dei Carabinieri di Poggiomarino che dovettero inseguirlo. Carmine Amoruso venne arrestato per porto illegale di armi, nel settembre del 2009. Decise, allora, di diventare collaboratore di giustizia e rese informazioni sul gruppo di Giugliano.

A metà gennaio di quest’anno ci ha ripensato, abbandonando il programma di protezione, pochi mesi prima dell’arresto di 26 appartenenti all’organizzazione criminale capeggiata da Antonio e Rosario Giugliano (13 aprile scorso) contro i quali si era schierato rispondendo alle domande degli inquirenti in qualità di collaboratore di giustizia. Il gruppo provò a ucciderlo a San Marzano sul Sarno senza riuscirci.

L’ipotesi investigativa, che ha poi trovato riscontro nelle indagini, è che la carcerazione dei Giugliano avesse fornito a Carmine Amoruso l’opportunità di riprendere i suoi contatti a Poggiomarino, per dare vita a una nuova organizzazione criminale di stampo camorristico, contrapposta agli altri clan. C’è di vero anche che la successiva scarcerazione dei due esponenti della cosca Giugliano avrebbe messo in guardia gli Amoruso, che rischiavano di finire nell’obiettivo del clan al quale erano legati in precedenza. Stavano pertanto organizzandosi per agire in anticipo rispetto alla faida che stava per esplodere. Gli investigatori dispongono quindi di intercettare le conversazioni telefoniche di Carmine Amoruso e del fratello Marco. E le loro frasi appaiono chiare: “Noi, una volta che teniamo le cose, possiamo sparare anche nelle mura di casa…”.