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Un morto dopo i pestaggi in carcere in Campania: si indaga sul decesso del 28enne

Lamine Hakimi, classificato come pericoloso dalla polizia penitenziaria per la sua condizione psicologica, è morto 28 giorni dopo essere aggredito, a causa di un arresto cardiocircolatorio conseguente a un edema polmonare acuto. Per il pm, nel caso del detenuto nordafricano, costretto ad assumere in rapida successione e senza alcun controllo sanitario una ingente quantità tossica di farmaci (oppiacei, neurolettici e benzodiazepine), l’accusa nei confronti degli agenti dovrebbe essere quella di morte come conseguenza di altro reato. Il giudice, però, aveva classificato quel decesso come suicidio. Il caso arriva dal carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove 52 agenti sono sotto accusa per violenze e torture.

Lamine Hakimi morì il 4 maggio 2020 nella sezione Danubio, a distanza di quasi un mese dalle violenze perpetrate dai poliziotti penitenziari sulle persone ristrette nel Reparto Nilo. Agli altri detenuti in isolamento che soffrivano di varie patologie, secondo quando riporta l’ordinanza, era sospesa la somministrazione dei farmaci. Il giorno della morte di Hakimi, inoltre, eseguirono un’altra perquisizione personale durante la quale, per l’ennesima volta, gli agenti sputarono sui detenuti e proferirono minacce nei loro confronti: «mica è finita qua! Avete avuto la colomba, dovete avere ancora l’uovo di Pasqua».

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