La progettazione di un agguato ascoltata in diretta dagli investigatori che stavano intercettando i boss della zona di Poggiomarino. Era un momento ‘caldo’ nello scontro tra i Fabbrocino e i Giuliano, culminato in un attentato subito da Giuseppe Giuliano Giugliano, figlio di Rosario. Rivendicava l’autonomia della sua cosca, voluto da Antonio Giuliano, braccio destro di Fabbrocino e boss da lui imposto nel territorio vesuviano. E il bersaglio, dopo l’attentato, ha svolto indagini private, cosi’ come raccontato dal gip, Claudio Marcopido, che ha firmato l’ordinanza che questa mattina ha portato a 26 arresti.

Le telefonate

Nelle intercettazioni ambientali all’interno della Lancia Ypsilon di Cristian Sorrentino del 6 marzo 2017, quattro giorni prima degli spari contro il bar riconducibile a Giuseppe Giuliano, Antonio Giugliano confidava la sua volonta’ di punirlo. “Se spariamo fuori al bar?”, propone Sorrentino. “A lui proprio?”, ribatte il boss. “Dopo ci rompiamo”, avverte l’affiliato. E Antonio Giugliano: “Dopo ci dobbiamo aspettare qualsiasi cosa”.

“Ci chiudiamo nelle case”, ribatte il suo interlocutore. Dopo l’attentato le reazioni dalla fazione colpita. Giuseppe Giuliano Giugliano, che regge il cosca, invita i sodali alla calma, ma vuole verifica di persona che le responsabilita’ di quanto accaduto siano del gruppo da cui si sono staccati. Chiama imprenditori, come ricostruisce il gip, per visionare le immagini delle telecamere di sorveglianza e identificare la Lancia Y della quale parlano tutti e dalla quale hanno fatto fuoco i sicari.