Salvatore Ferrillo ha scritto una lettera a Repubblica, una lunga lettera in cui racconta il calvario del padre ucciso dal Covid. Ed inoltre il furto, o almeno, presunto tale subito all’ospedale di Giugliano dove è deceduto.

Il testo

Ho aspettato tre mesi, tre lunghissimi mesi dalla scomparsa di mio padre, avvenuta in quel maledetto “nosocomio” della Città di Giugliano in Campania (era il 17 novembre 2020) dopo una settimana di degenza per complicanze da Covid-19. Da quel tristissimo giorno. Quasi con cadenza quotidiana, ho impegnato tutte le mie risorse mentali e strumentali; gli stratagemmi; gli amici; colleghi; conoscenti. Anche se indirettamente, il personale sanitario in servizio presso la citata struttura ospedaliera denominata “San Giuliano”, al fine di poter recuperare, ovvero rientrare in possesso degli effetti personali di papà.

I fatti

Al momento del ricovero, avvenuto peraltro a mezzo di personale del 118, mio padre indossava, tra l’altro, la fede nuziale; due apparecchi acustici “Amplifon” dal valore di circa 3500 euro; una collanina in oro giallo e una protesi dentale nuovissima, il cui costo sostenuto per l’acquisto pochi mesi prima si aggirava sui 3000 euro.

Gli effetti personali

Ebbene, ad ogni interpellanza diretta o indiretta sugli effetti personali in argomento, e su come o cosa fare per poterne ottenere la disponibilità, la risposta ricevuta dai signori dipendenti in servizio al reparto di Pronto Soccorso “Covid” è stata sempre la stessa: “Non sappiamo dove possono essere finiti, non ne abbiamo la più pallida idea…”.

Il senso del dovere

Tali reiterate e ingiustificabili dichiarazioni, prive del più elementare senso del dovere e della necessaria etica umana e professionale (come può essere possibile?) in un primo momento hanno comprensibilmente generato un sentimento di marcato sconforto, lasciando successivamente spazio alla conseguente condanna per tali biasimevoli condotte. Non è assolutamente ammissibile scagionare chi, in ragione del proprio ruolo, dovrebbe essere deputato, anche e soprattutto per deontologia professionale, al rispetto caritatevole dei degenti, ospiti loro malgrado, presso le strutture di ricovero, principalmente chi riveste posizioni di responsabilità e non è capace di dare contezza del proprio operato e ancor più dell’operato dei suoi collaboratori (vero signor primario?).

La beffa

Al danno, come si suol dire, si è aggiunta la cosiddetta beffa, poiché non solo la famiglia intera non ha potuto, atteso le disposizioni sanitarie, fornire nessun tipo di conforto in vita al caro papà, subendo oltremodo la tassativa preclusione di poterlo salutare un ultima volta da defunto.

Valore affettivo

Si immagini pertanto il valore affettivo (non tralasciando quello economico) che avevano assunto gli oggetti di sua proprietà, divenuti da quel momento, e non a torto, delle vere e proprie “reliquie”, per i quali, ovviamente, non lesineremo nessuno sforzo pur di rientrarne in possesso.

La civiltà perduta

Un paese, una città, una organizzazione non possono definirsi civili se ancora oggi accadono queste cose; se ancora oggi tralasciamo di chiedere contezza sulle dovute responsabilità. Ovviamente trascorso un così lungo lasso di tempo senza che nessuno abbia potuto, voluto o dovuto fornire le dovute spiegazioni, presenterò formale denuncia agli organi preposti, significando che, personalmente sono pronto a qualsivoglia azione civile e penale laddove dovessero essere acclarate responsabilità.

Il senso della missiva

La presente denuncia mediatica vuole essere oltremodo motivo di sprone per le altre persone che, loro malgrado, sono state investite dalle medesime disavventure, affinché anch’esse denuncino e concorrano a far sì che tali nefandezze non abbiano più a verificarsi. Chioso invitando, chiunque possa farlo, a condividere questo grido di dolore misto a sconforto. Grazie.