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I Cesarano tra gli Scavi: ecco come i reperti venivano rubati dai clan

I cunicoli scavati dai tombaroli erano da tempo nel mirino delle indagini per risalire ai responsabili delle sottrazioni dei tesori dell’antica Pompei al sito archeologico. L’area di Civita Giuliana è stato il forziere dal quale – ora è finalmente chiarito – nel 2001 venne trafugata una biga romana. Forse unica, perché non vi sono esemplari del genere in giro nei musei del mondo. Ma potrebbe trovarsi in qualche camera blindata di un nababbo senza scrupoli che è riuscito ad assicurarsi l’asta con cui il boss Ferdinando Cesarano, dell’omonimo clan di Castellammare di Stabia, si è disfatto del tesoro. Ma come ne venne in possesso?

Il racconto del pentito

A rispondere al quesito è uno dei “pentiti” di camorra, Saverio Tammaro, alias “’o principe”, che in un interrogatorio racconta: «Nel 2001 il clan Cesarano venne a sapere che in un frutteto di via Civita Giuliana, tra Pompei e Boscoreale, alcuni tombaroli avevano ritrovato un carro, una biga, ma non avevano avvisato il boss. Così, alcuni affiliati intervennero immediatamente, li minacciarono e requisirono la biga, senza versare
neanche una lira». Lo stralcio dell’interrogatorio riletto in aula, durante il processo a due presunti tombaroli accusati di avere saccheggiato fino al 2017 la ricca domus di Civita Giuliana, quella in cui c’erano i calchi dei cavalli bardati sepolti nella loro scuderia dall’eruzione del 79 d.C., dove cresceva la bambina Mumia che aveva inciso il suo nome su uno dei muri riportati alla luce lo scorso anno.

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