Questa settimana diamo spazio ad uno dei più versatili professionisti del mondo del calcio, l’ Avv. Emanuele Ciabocco, esperto di Diritto Sportivo, cultore della materia presso l’ Università degli studi di Urbino, preparatore atletico professionista e prossimo allenatore UEFA A.
L’ avvocato , in questo articolo,ci parla del dualismo tra i fattori pedagogici ed agonistici dello sport.

       

ALLENARE PER VINCERE O PER CRESCERE?

La metodologia dell’allenamento è un tema in continua evoluzione e che interessa non solo gli esperti del settore, ma coinvolge tutti gli sportivi: dai professionisti ai dilettanti, sino a chi si allena per puro svago o  per mantenere una buona condizione fisica. Incentrando la nostra attenzione sul calcio, possiamo costatare come sull’allenamento è stato scritto e detto tutto ed il contrario di tutto, metodi di allenamento che negli anni 90 erano in voga e venivano considerati eccellenti, ora vengono addirittura definiti obsoleti o inadeguati. L’allenamento viene valutato e studiato in ogni sua forma, anche la scienza interviene in aiuto dei professionisti di questo sport per indicare metodologie di allenamento o test di valutazione tali da rendere l’atleta sempre più performante. Oramai le sedute non vengono solo preparate in maniera minuziosa con il lavoro d’equipe svolto dai vari staff tecnici, ma vengono anche riviste, rianalizzate e rivalutate con strumenti tecnologici talmente all’avanguardia da fornire dei dati precisi sui parametri di riferimento dell’atleta, in modo particolare sulle qualità condizionali. Grazie ai cosiddetti gps riusciamo infatti a valutare minuziosamente il lavoro svolto dall’atleta nella seduta, tali strumenti ci permettono di conoscere il valore della potenza metabolica, quanti cambi di direzione vengono svolti a media, alta o altissima velocità o quanti chilometri vengono percorsi durante la seduta ed il numero delle accelerazioni e decelerazioni compiute. Mediante uno strumento sofisticato come il “training load” possiamo addirittura valutare l’atleta durante un’esercitazione ad alta intensità e costatare se sta eseguendo un adeguato numero di sprint o se li sta eseguendo alla massima velocità. Abbiamo quindi tutti gli strumenti e le conoscenze adeguate per poter svolgere una seduta in modo allenante ed attinente a quello che ci viene richiesto in gara. Ma per quanto possa sembrare strano, è proprio qui che nasce il problema. Ovvero per quale motivo noi alleniamo il nostro giocatore? E’ una domanda che per quanto all’apparenza banale, non sempre trova risposte  esaustive. Sull’allenamento troviamo di tutto: teorie, metodologie, mezzi, metodi, test e le più svariate esercitazioni che ci permettono di limitare sempre più gli errori avvicinandoci quasi alla perfezione. Se ci chiediamo però qual è lo scopo dell’allenamento, otteniamo questo tipo di risposta :  “l’allenamento serve per preparare al meglio l’atleta in vista della gara della domenica o di quelle infrasettimanali per chi è impegnato anche in competizioni europee”. Nessuno può affermare che questa risposta è sbagliata o non attinente, ma credo che sia quantomeno riduttiva e mi permetto di aggiungere anche poco gratificante per l’atleta, il quale verrebbe considerato semplicemente come un mezzo per arrivare al risultato. Essendo poi il risultato l’obiettivo comune di atleta e staff tecnico, la vittoria rende tutti felici e contenti ,mentre la sconfitta crea processi e a da luogo ad alibi, che sfociano poi in fallimento quando non si raggiunge l’obiettivo finale al termine di una competizione. Bisognerebbe quindi partire da un presupposto fondamentale, è inevitabile che in uno sport agonistico altamente competitivo come il calcio non si possa prescindere dal risultato finale, il quale è pur sempre una valutazione del lavoro.  Non può però essere l’unica valutazione, ma deve essere accompagnata da altre importanti considerazioni incentrate sul rendimento dell’atleta, valutandolo nella sua globalità e non in base alla recente performance. Se definiamo il giocatore come una “unità significativa” caratterizzata da qualità tecniche, fisiche, tattiche e caratteriali relative alla personalità, ecco che l’obiettivo dell’allenamento assume un significato più ampio. A questo punto nell’analizzare questo importante tema, si rende opportuna una distinzione. Parlare di obiettivi dell’allenamento con giocatori che militano in prima squadra assume un significato diverso rispetto ai ragazzi del settore giovanile. E’ vero che in entrambi i casi si cerca di creare comunque giocatori pronti nella gara del fine settimana e che anche i ragazzi del settore giovanile scendono in campo per vincere ed hanno la vittoria come obiettivo primario. Ma la programmazione di chi lavora nello staff tecnico non può essere la stessa, semplicemente perché l’obiettivo principale cambia. Nelle prime squadre rendere il giocatore performante è l’obiettivo primario di ogni staff tecnico e non cambia né per le squadre che lottano per la vittoria del campionato, né per quelle il cui scopo è quello di non retrocedere. Non c’è tempo per una programmazione a lungo termine, al massimo si può programmare per un’intera stagione; ma se nei primi mesi o a metà della stessa i risultati non arrivano, i membri dello staff tecnico possono già  essere rimossi dall’incarico. La programmazione deve essere quindi studiata quotidianamente e la partita più vicina è sempre l’obiettivo da tenere ben presente. Quindi la settimana tipo deve avvicinarsi il più possibile alla gara, bisogna creare costantemente in allenamento situazioni che possano verificarsi in partita in base anche all’avversario ed utilizzare i mezzi tecnologici necessari per monitorare la squadra sotto l’aspetto fisico, in modo tale da avere i giusti riscontri per essere pronti in gara. In una situazione come questa dove l’obiettivo è sempre la prossima partita e solo la preparazione estiva rappresenta un periodo dove in parte si riesce a programmare a medio- lungo termine, i margini di errori sono ridotti al minimo e bisogna essere in grado di preparare sedute di allenamento che permettano ai giocatori di essere sempre più performanti, lavorando molto bene anche sui tempi di recupero. Il riposo va infatti considerato alla stregua dell’allenamento ed in un calcio caratterizzato da molti impegni ravvicinati bisogna saper gestire perfettamente questi due momenti. E’ necessario tenere bene presente la cosiddetta curva di supercompensazione, la quale permette di programmare al meglio le sedute di allenamento ed il recupero, in relazione alla risposta organica dell’organismo. E’ opportuno inserire gli allenamenti più intensi nel momento in cui l’organismo ha recuperato al meglio e può dare un’efficace risposta. E’ chiaro che il lavoro delle prime squadre porta inevitabilmente a dei rischi a cui bisogna esporsi, il giocatore viene valutato solo in base al suo rendimento in gara e non sul lavoro settimanale, il quale è spesso ai più sconosciuto e purtroppo anche ai presidenti o a chi  valuta poi il lavoro dello staff tecnico. Questo porta inevitabilmente a dei gravi errori di valutazioni, soprattutto con calciatori stranieri che necessitano di un tempo di ambientamento che non è uguale per tutti e che a volte può durare anche mesi o una intera stagione. Per questo motivo giocatori che arrivano in società importanti  vengono velocemente ritenuti non all’altezza, salvo poi dimostrare in altri contesti di essere dei veri e propri talenti o addirittura dei grandi campioni. La mancanza di una programmazione a lungo termine può portare a questi gravi errori di valutazione che vanno poi ad incidere pesantemente anche sul bilancio economico delle società. Aprendo il discorso relativo al settore giovanile va detto che mentre nella prima squadra l’obiettivo è vincere e quindi l’allenamento va incentrato sul creare un giocatore sempre pronto e performante; nel settore giovanile l’obiettivo è formare un giocatore futuribile, ovvero in grado di poter calcare importanti palcoscenici. Per far ciò bisogna innanzitutto focalizzare le caratteristiche del giovane e non sono quelle tecniche, ma anche quelle caratteriali, visto che è in una importante fase di crescita, valutandolo in base al concetto di unità significativa. Questo non significa affatto che nel settore giovanile il risultato non è importante, vincere aiuta sempre in qualsiasi contesto ed il ragazzo è il primo che vuole scendere in campo per avere la meglio sull’avversario. Ma un conto è riconoscere che la vittoria è sempre importante e da risonanza, un conto è considerarla l’obiettivo primario. Se si lavora solo per la vittoria con i giovani, il percorso è sbagliato sin dall’inizio. Nel settore giovanile il risultato non deve essere nè un ossessione né un obiettivo primario, ma solo il riscontro positivo di un lavoro ben svolto. La partita va vista come un importante mezzo di confronto con gli avversari per valutare la crescita del giocatore nel contesto gara e per vedere se quanto sperimentato durante l’allenamento ha portato ad un miglioramento dei ragazzi. Formare i giovani giocatori non è semplice, ci vogliono competenze specifiche per quelle fasce d’età ed istruttori e preparatori atletici che scelgano il calcio giovanile per passione, non persone che lo vedano solo come una prima esperienza per poi lavorare con i più grandi. Lavorare senza ansia di risultato e poter programmare nel lungo periodo sono due aspetti importanti caratterizzanti il settore giovanile che possono portare a creare i campioni del futuro. Il giocatore va analizzato ad ampio raggio, deve lavorare ed apprendere sotto il profilo tecnico, su quello fisico-motorio, sull’aspetto caratteriale e su quello tattico; focalizzandosi sempre sulle situazioni di gioco che avvengono in partita, le quali vanno proposte continuamente in allenamento con numerose varianti che permettano di modificare lo stimolo e di avvicinarsi sempre di più alla gara. Con la proposizione di continui e diversi stimoli, il ragazzo migliora non solo tecnicamente, ma sviluppa anche delle importanti conoscenze cognitive che sono essenziali per la sua crescita, in quanto il calcio attuale impone di decidere nell’arco di frazioni di secondo e crea della situazioni di gioco che mutano costantemente nel corso della partita. Non si può quindi prescindere da un lavoro ampio a 360 gradi, la differenza fondamentale rispetto al calcio dei grandi è che nel settore giovanile tutti gli aspetti vanno perfettamente curati, mentre nei grandi il giocatore è formato per larghi tratti, anche se non completamente. Nei ragazzi bisogna anche formare un giocatore dal lato caratteriale, abituarlo a stare in gruppo, a rispettare le regole ed insegnargli i principi fondamentali che lo porteranno a saper convivere nei più svariati contesti. Inoltre va insegnata la tecnica cercando di automatizzare le gestualità in modo farle divenire abilità, vanno introdotte le basi tattiche individuali e collettive; i movimenti devono essere corretti ed acquisiti in modo da avere una coordinazione motoria fine e sviluppare al meglio le capacità condizionali. E’ un lavoro ingente che può essere svolto solo da persone consapevoli di dover preparare globalmente un giocatore senza dare nulla per scontato e da veri conoscitori del calcio giovanile. La competenza è sicuramente l’aspetto più importante dell’istruttore di settore giovanile, il quale deve essere anche un ottimo comunicatore e creare un empatia con il ragazzo che va compreso ed aiutato nei momenti di difficoltà. Nel settore giovanile il ragazzo deve avere sempre la possibilità di poter sbagliare, anche se questo a volte può comportare conseguenze come subire una rete. Il giocatore va sempre stimolato ad assumersi le proprie responsabilità e non a dover rinunciare ad una giocata tecnica per paura di sbagliare o di essere rimproverato dal tecnico o dai compagni. Si trova in un’età dove può ancora sbagliare senza che le conseguenze dell’errore siano ingigantite, mentre nei grandi in certi momenti della partita alcuni errori non vengono accettati o alcune iniziative non possono essere prese perché il risultato è troppo importante. Potremmo quindi arrivare ad una conclusione sul tema trattato rispondendo alla domanda che è il titolo di questa riflessione: allenare per vincere o per crescere? La risposta sta nel mezzo, ovvero ci si deve allenare per crescere, perché crescendo ci sono ottime possibilità di arrivare alla vittoria.