Ci sono voluti 12 anni per emettere una sentenza definitiva sulla morte di Rita Benigno, una donna che finì alle mani con una sua vicina di casa, per via di un alterco durante il quale fu presa per i capelli e violentemente scossa, tanto da produrle una emorragia interna nel cranio che la portò prima al coma e poi al decesso. Ieri, la Corte d’Appello di Napoli ha confermato la pena di 2 anni e 11 mesi per Antonella Rabesco, per l’accusa di omicidio preterintenzionale. I fatti risalgono al 21 marzo del 2008, quando a Boscotrecase, in via Matteotti, tra le due donne si accese una lite. Antonella Rabesco stava traslocando, ma in precedenza, con Rita Benigno era giunta spesso a litigare. I motivi possono considerarsi futili, a provocare gli alterchi pare che ci fosse l’insofferenza della Rabesco nei confronti de due cani di grossa taglia che vivevano con la vittima.

La Rabesco aveva raccontato agli inquirenti che una sua figlia fosse stata anche azzannata da uno dei due animali. Il 21 marzo del 2008, esasperata, la Rabesco sta lasciando la casa e Rita Benigno pronuncia una frase che la manda su tutte le furie: “Finalmente te ne vai”. Fu così che ripresero le liti, poi la Rabesco afferrò la vicina per i capelli e la strattonò più volte, finchè un’amica della vittima non riuscì a separare le due donne. Dopo l’aggressione, però, la Benigno si sentì male. Fu chiamato il 118 e arrivarono anche le forze dell’ordine. La donna venne trasferita all’ospedale civile di Boscotrecase dove le sue condizioni si aggravarono e per lei fu necessario il trasferimento all’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli. Era già in coma e, tre giorni dopo, morì per una sopravvenuta emorragia cerebrale, conseguente allo strattonamento violento che aveva subito dalla Rabesco. I familiari della donna si costituirono parte civile in un processo che è stato interminabile. Solo ieri, infatti, dopo 12 anni dalla morte di Rita Benigno, si è giunti alla sentenza definitiva: 2 anni e 11 mesi per la Rabesco. Dire che questo sia stato un “processo lumaca” è il minimo, rappresentando un pessimo esempio dei tempi e del malfunzionamento della giustizia italiana.