Lo ha sancito recentemente una sentenza del Gip di Milano, l’attestazione della propria intenzione di recarsi in un determinato luogo o di svolgere una determinata attività non rientra nell’ambito di operatività dell’art. 483 c.p (falso ideologico). Le falsità ideologiche, infatti, per essere perseguibili, oltre alla rilevanza giuridica, richiedono anche che l’autore del falso sia venuto meno all’obbligo giuridico di attestare o fare risultare il vero.

Cosa significa

Senza entrare in particolari tecnicismi, se il falso ideologico si risolve nella rappresentazione o narrazione di un fatto non veritiero, è prospettabile esclusivamente per gli atti a contenuto descrittivo. Dunque non rispetto agli atti che contengano deliberazioni o l’espressione di un giudizio. L ’obbligo del privato di dire la verità sussiste solo ove tale dichiarazione sia destinata a provare la verità di fatti attestati. L’autodichiarazione Covid-19, pertanto, non diventa falso ideologico se relativa alla semplice intenzione di recarsi in un determinato luogo. O ancora a mere manifestazioni di volontà di recarsi in un luogo o in un altro.

I casi particolari

Quindi, se si è fermati, non dire “sono andato a..” ma “sto andando a”, una attenzione linguistica che evita complicazioni. Come di recente osservato dalla dottrina, inoltre, il nostro ordinamento, non incrimina qualunque dichiarazione falsa, ma costruisce i reati di falso secondo una sistematica casistica. Ne consegue che, il rilievo della falsità ideologica, è legato all’ individuazione di una specifica norma che dia rilevanza al contesto e alla singola dichiarazione. Pertanto la dichiarazione di una mera intenzione nell’ambito di un modulo di autocertificazione, non può rientrare nell’ambito applicativo dell’art. 483 c.p., limitato ai soli “fatti” già accaduti.