In questi mesi mettere a fuoco le cose è stato assai difficile. Viviamo una situazione complessa e confusa in cui abbiamo dovuto imparare a  convivere con un’emergenza non soltanto sanitaria ma sociale ed economica. Chi ci governa fa  ricadere sui nostri comportamenti la responsabilità dell’andamento dell’epidemia quando bastavano pochi rudimenti di  geografia per capire come si sarebbero evolute le cose. Mi spiego meglio. A gennaio la televisione ci mostrava le immagini di Whuan, devastata dall’epidemia. La Cina ci stava parlando e lo faceva attraverso i malati intubati, la conta dei morti e le ruspe che edificavano ospedali dalla sera alla mattina. Il virus sarebbe presto stato fra noi, o forse già lo era. Bisognava correre ai ripari, il tempismo diventava fondamentale. Eppure siamo rimasti basiti davanti al primo caso di contagio, il paziente 1 di Codogno, che altro non era che il primo caso diagnosticato. L’Italia si paralizza. A marzo chi ci governa risponde all’attacco del covid 19 con il  lockdown su tutto il territorio. Ne usciamo a pezzi ma ne usciamo. O almeno abbiamo creduto che fosse così.

Da maggio, incautamente, si allentano i controlli, la gente si sente autorizzata ad abbassare la guardia e con essa la mascherina. Si manda in vacanza la paura. A livello nazionale gli obiettivi diventano altri, nuovi ed egoistici interessi distraggono dall’emergenza. Questa distrazione la paghiamo e la pagheremo a caro prezzo. Le attuali misure restrittive di contenimento del contagio mietono vittime al pari del virus. Intere categorie di lavoratori sono in ginocchio. Ora non si affollano solo le corsie degli ospedali, ma anche le strade e le piazze, dalle quali trasuda il profumo della dignità di tutta quella gente che, pacificamente e senza confondersi con le orde dei barbari, rivendica il più sacrosanto dei diritti, quello al lavoro.