Condannata anche in Appello E. V., la ragazza di Ottaviano che a bordo di una Bmw senza patente ed assicurazione Rca travolse e quasi uccise Antonio Pappacena, all’epoca dei fatti 23enne di San Giuseppe Vesuviano. Nei giorni scorsi la seconda sentenza che ha definito il quadro del terribile impatto avvenuto in via Prisco a Ottaviano tra il 16 ed il 17 gennaio del 2016 e di cui Antonio porta ancora addosso i segni, alcuni probabilmente irreversibili. La ragazza è stata condannata al pagamento di una forte provvisionale, ma per la famiglia Pappacena l’unico obiettivo era dimostrare che Antonio non è stato null’altro che la vittima di un terribile sinistro, riconoscendogli la dignità di ragazzo perbene e che per sua sfortuna si è trovato quella sera sulla traiettoria del veicolo guidato dalla giovane senza patente.

Come già emerso nella sentenza del Giudice di Pace e durante il primo grado, è stata decisiva la scatola nera installata sulla Fiat Panda del giovanissimo imprenditore: quando è avvenuto l’impatto Antonio era praticamente fermo all’incrocio, poi è giunta la vettura di grossa cilindrata a velocità sostenuta. Quella collisione ha provocato grossi danni cerebrali al ragazzo che è stato per mesi tra la vita e la morte. Poi gli anni di riabilitazione che continuano tra enormi sacrifici anche fino all’estero quando il Covid lo ha permesso. Oggi Antonio sta recuperando anche se lentamente, ma è sembrato tutto un miracolo visto quanto riferirono i medici ai genitori Giuseppe e Giusy subito dopo il ricovero in ospedale in rianimazione. Primo il trasporto all’ospedale di Nola, poi al Cardarelli di Napoli dove dopo settimane cominciò a riaffiorare la speranza.

Mamma Giusy è chiara e precisa: «Volevamo solo dimostrare che mio figlio è un ragazzo perbene. Per noi non si può parlare di alcuna vittoria in sede giudiziaria perché stiamo lottando da anni ogni giorno per la salute, da tutto questo noi siamo usciti sconfitti, più di tutti». E riecheggiano le parole di papà Giuseppe dopo la sentenza di primo grado: «Se siamo riusciti a fare emergere la verità è solo per una serie di fattori dovuti all’attenzione della nostra famiglia. Dapprima la scatola nera, poi dei bravi avvocati e periti che fortunatamente ci siamo potuti permettere, oltre chiaramente alla fame di giustizia». Secondo quanto riferito dagli stessi genitori di Antonio e così messo agli atti, la ragazza aveva provato a fare cadere le responsabilità sul ragazzo, innanzitutto negando di essere lei al volante: «Noi siamo persone religiose, e ci aspettavamo la loro vicinanza anche soltanto per chiedere come stesse Antonio e invece abbiamo ricevuto solo accuse infondate che non hanno fatto altro che farci rimanere sconcertati e amareggiati dal loro comportamento che definire inumano».