Anna (nome di fantasia) è una mamma di San Giuseppe Vesuviano, che per sua sfortuna si ritrova in un incubo senza fine, fatto di non risposte, di abbandono e silenzi. Anna non sa se ha avuto il Coronavirus, ma ha riferito di aver avuto i sintomi del Covid. Due settimane sono passate prima che venissero per il tampone. Dal primo giorno in cui ha avuto i sintomi si è posta in isolamento fiduciario. Anna è una donna forte ma la sua storia merita attenzione, perché quello che è successo ad Anna potrebbe capitare a chiunque.

In che modo la sua vita è cambiata da quando ha scoperto di essere entrata in contatto con un positivo?

«Non pensavo di poter affrontare in prima persona questa situazione. Alla notizia che una stretta conoscente era positiva mi ha messa in allarme dato che mia figlia è molto amica della figlia di questa conoscente, risultata anch’essa positiva. Innanzitutto tutto è importante sapere che il giorno prima che avessi la notizia della positività della conoscente, io e i miei due figli avevamo manifestato i primi sintomi: febbre, tosse, raffreddore e mancanza di olfatto. Ci siamo messi in contatto col medico di base che ha fatto la segnalazione all’Asl il giorno 2 ottobre. I sintomi erano iniziati il primo ottobre. Quindi, come da prassi, ci siamo messi in isolamento».

Cosa le fa più paura il virus o lo stato di abbandono che sta vivendo?

«L’abbandono da parte delle istituzioni in primis. Fortunatamente i miei figli avevano sintomi lievi, chi avuto la peggio sono stata io. Dal giorno della segnalazione fino al 7 ottobre, giorno in cui mia sorella va all’Asl, non abbiamo ricevuto nessuna chiamata o intervento. Il giorno 7 ottobre è fondamentale poiché si scopre che i nostri nominativi non erano stati inseriti nella lista per i tamponi. Dato che vi è stato il passaggio, a dir loro, dalla PEC del medico alla piattaforma per le segnalazioni, tutte le PEC mandate fino a quella data o precedente, erano state perse».

Ad oggi l’Asl non l’ha ancora sottoposta al tampone insieme alle sue figlie?

«Ho fatto varie segnalazioni telefoniche, tra cui anche al sindaco, per sentirmi dire “attendiamo”. In questo frangente ho incominciato ad avere attacchi di panico dato che sono in cura per depressione. Il giorno 13 ottobre, vengono a farci il tampone, dopo ben 13 giorni dall’isolamento, dopo che avevo minacciato di rivolgermi alle autorità competenti.

L’amministrazione comunale secondo lei poteva fare qualcosa in più?

«Non saprei. So solo di aver chiamato alcune persone dell’amministrazione comunale dicendomi però che hanno fatto tutto quello che era necessario fare ma che non dipendeva da loro».

Prova più rabbia per essere stata abbandonata o magari nello scoprire che quando le verrà fatto il test che è negativa e che quindi forse non è mai stata positiva?

«Entrambe le cose. Si suppone che, con le nuove disposizioni governative, dopo 10 giorni la carica virale è molto blanda, o addirittura quasi nulla e quindi si risulta guariti se al secondo tampone si è negativi. A me al 13° giorno era stato fatto il primo. Quindi si, mi fa rabbia. Però è oltremodo inaccettabile che una famiglia venga lasciata a sé stessa. Quando sono venuti ho detto che per me era inutile fare a questo punto il tampone, però dovevamo effettuarlo dato la scuola non faceva ammettere i miei bambini se non risultavamo negativi. Tenga presente che mi era stato proposto di farlo privatamente per accelerare i tempi. Purtroppo non sono Berlusconi, non siamo i calciatori del Napoli a cui mi sembra che tutto è dovuto. Siamo semplicemente pistole senza polvere da sparo».

Come si spiega questa sua disavventura se così la possiamo chiamare?

«Allucinante, disarmante, poiché oltre al danno ho dovuto accettare anche la beffa. Voglio testimoniare tutta questa assurdità per far capire a cittadini come me di non abbassare la testa e di alzare la voce perché chi di dovere ha il sacrosanto diritto e dovere di ascoltarci o quantomeno di avere un minimo di considerazione».