L’Antimafia: «Lavori al Comune di San Gennaro Vesuviano affidati a ditta vicina a clan»


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Nella sua ultima relazione semestrale, la Dia dedicata un lungo capitolo al Comune di San Gennaro Vesuviano, come ben noto sciolto per infiltrazioni camorristiche e dove si andrà al voto a settembre per eleggere nuovamente il consiglio comunale ed il sindaco. L’Antimafia chiarisce finalmente anche le motivazioni che hanno poi portato allo scioglimento. Ecco cosa c’è scritto nella relazione: «Per quanto attiene agli appalti pubblici, significative anomalie ed irregolarità hanno caratterizzato i lavori di riqualificazione della casa comunale e del centro cittadino, alla cui esecuzione hanno partecipato ditte appartenenti a soggetti riconducibili alla locale criminalità organizzata. Forti irregolarità sono state registrate anche nel servizio di gestione, raccolta e trasporto dei rifiuti e nella realizzazione del nuovo cimitero comunale.



Viene poi fatto un quadro d’insieme della cittadina e dubbi vengono manifestati in merito agli Lsu: «Il Comune di San Gennaro Vesuviano, situato nella zona orientale della Città metropolitana di Napoli, e già sciolto per infiltrazioni di tipo mafioso nel 2001, esprime un’economia prevalentemente artigianale, con la presenza di aziende specializzate nei settori alimentare, conserviero, del confezionamento di vestiario e manifatturiero. Il territorio, cerniera tra l’area nolana e la periferia del capoluogo napoletano, è stato teatro di un quadro politico caratterizzato, per oltre quindici anni, dall’avvicendarsi degli stessi esponenti ovvero di loro familiari in una logica di chiara continuità fra le compagini amministrative, con amministratori in contatto con ambienti controindicati. Stigmatizza il Prefetto che l’Amministrazione, stabilizzando il rapporto di dodici lavoratori socialmente utili, rapporto successivamente trasformato da tempo parziale a tempo pieno con un procedimento affetto da illegittimità gravi, ha «innestato negli uffici comunali esclusivamente personale di profilo esecutivo, che ha raggiunto quasi il 50% del totale dei dipendenti in servizio, precludendo la possibilità di assunzioni di unità più qualificate. Tali condizioni hanno reso l’apparato amministrativo permeabile a logiche clientelari ed accondiscendente all’uso distorto delle pubbliche funzioni».

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