Sono circa 75mila le conversazioni telefoniche che incastrano i sei carabinieri di Piacenza arrestati per un numero indescrivibile di reati, dallo spaccio alla tortura. Ma ciò che più colpisce era la loro convinzione di essere al sicuro, intoccabili proprio perché parte delle forze dell’ordine. Convinzione che li spingeva anche a vantarsi delle proprie gesta, a farsi selfie con i soldi dello spaccio e, in un caso, a vantarsi con il figlio undicenne di aver “pestato un negro”: «Ieri mi sono fatto male… ho preso un piccolo strappo… perché ho corso dietro a un negro, racconta al figlio Giuseppe Montella, l’appuntato di Brusciano.

Il ragazzino, 11 anni, purtroppo imbevuto d cultura razzista e violenta, vuole sapere di più: «L’hai preso poi? Gliele avete date? Chi eravate? Chi l’ha picchiato?». “Eh, un po’ tutti”, è la risposta dell’appuntato che, come per vantarsi, precisa che anche i suoi colleghi avevano picchiato lo straniero. Montella dall’inchiesta emerge come il “boss” di quella caserma di Piacenza. Il suo stile di vita fin troppo lussuoso per un normale carabiniere, è adesso sotto i riflettori.