Dopo l’operazione di ieri che ha portato all’arresto di 15 persone, l’associazione Fai Antiracket ‘Giovanni Panunzio’: “Crisi terreno fertile per i clan, fidatevi di noi”

Portici non si piega al racket. Lo testimoniano i 15 arresti di ieri, risultato della denuncia di due imprenditori che hanno scelto di fidarsi delle forze dell’ordine e dello Stato. A fianco dei commercianti porticesi si schiera l’associazione Fai Antiracket ‘Giovanni Panunzio’, presidio di legalità nato 7 anni fa su intuizione di Don Giorgio Pisano, parroco della chiesa del Sacro Cuore. Da allora, l’associazione ha assicurato una presenza costante. Che si traduce in incontri con i cittadini, iniziative sul territorio, corsi nelle scuole per educare anche i giovani studenti. “Bisogna denunciare ogni tipo di estorsione: fidatevi di noi, fidatevi delle forze dell’ordine” dice a gran voce Cristoforo Marino, portavoce dell’associazione presieduta da Ciro Maglioli.

Partiamo dall’ultima operazione della polizia di ieri che ha portato all’arresto di 15 signori del racket. La malavita non si è mai fermata, neppure durante il lockdown e nonostante la crisi causata dal coronavirus.

“Purtroppo la crisi è terreno fertile per la criminalità organizzata. Con la pandemia e il conseguente lockdown sapevamo che i piccoli imprenditori sarebbero andati incontri a enormi difficoltà economiche. Nel corso di questi due mesi diversi commercianti, ad esempio, hanno già deciso di non riaprire più. E i ritardi del governo nel concedere aiuti non accelerano certo la ripresa. In questo contesto per la malavita diventa facile insinuarsi, anche attraverso la semplice distribuzione di pacchi alimentari come avvenuto a Napoli. Oltre alle richieste di pizzo, oggi temiamo molto anche l’usura. Perché in tanti sono a corto di denaro”.

Sono emersi dettagli agghiaccianti: addirittura un tabaccaio è stato incappucciato, sequestrato e minacciato. Ma in due, per fortuna, però trovato il coraggio di denunciare: un esempio da seguire, di questi tempi…

“Proprio così. A chi ha paura diciamo: ‘Fidatevi delle associazioni, perché non vi lasciamo soli. E fidatevi delle forze dell’ordine’”.

Ecco, come riuscite a convincere i commercianti a fidarsi di voi?

“Perché ci mettiamo la faccia, raccontando le nostre esperienze personali. Trasmettiamo un percorso lastricato anche di paure e tensioni, senza nascondere nulla: siamo consci del fatto che denunciare è un autentico atto di coraggio. Noi garantiamo una presenza costante, accompagnando chi vuole liberarsi dal giogo mafioso prima, durante e dopo il percorso della denuncia”.

Portici è storicamente un territorio vessato dal racket. Com’è oggi la situazione?

“Negli ultimi tempi era stata un po’ liberata dalla morsa di un clan storico (i Vollaro, ndr). Oggi si cercano nuove alleanze, con la presenza di soggetti provenienti da zone limitrofe come San Giovanni a Teduccio e San Giorgio a Cremano. Ma proprio quando un clan si indebolisce, bisogna che la società civile risponda presente per impedire che altri mafiosi prendano il possesso del territorio e diventino eredi della cosca locale. Inoltre Portici vanta un tessuto commerciale piuttosto importante, basti pensare al corso Leonardo da Vinci che è la strada dello shopping con i suoi numerosi negozi: il suo indebolimento rischia di spianare la strada a individui loschi in grado di garantire soldi certi e immediati, magari rilevando le attività messe in ginocchio dalla crisi”.

Un appello al governo.

“Meno burocrazia, basta tempi lunghi: è necessario semplificare e velocizzare per far sì che vengano concessi i fondi a tutte quelle categorie di persone in sofferenza. Ristoratori, piccoli artigiani, parrucchieri: non c’è più tempo, bisogna agire subito. Il blitz di ieri è emblematico: c’è gente che ha ancora voglia e coraggio di compiere determinate scelte. Ma domani sarà molto più complicato”.

Domanda secca: avete mai pensato: ‘Ma chi ce lo fa fare?’.

“No, ma abbiamo vissuto e viviamo ancora oggi momenti di sconforto. Mi riferisco a una questione irrisolta da ben 11 anni: quella del nostro caro amico Raffaele Rossi, uno dei proprietari del ristorante ‘Ciro a Mare’, incendiato nel 2009 dalla camorra. Nonostante i processi, i convegni, gli interessamenti da parte delle forze politiche ancora non è stata trovata una soluzione. Anzi, la scorsa estate il locale ha subito l’ennesimo furto. Sapremo di aver vinto solo quando questo storico ristorante porticese potrà riaprire i battenti. Non molleremo, mai”.