Saranno il medico legale Vittorio Fineschi, lo stesso del caso Cucchi, e lo psichiatra Stefano Ferracuti a stabilire se Finnegan Lee Elder era capace di intendere e di volere il 26 luglio 2019 quando aggredì e uccise, assieme al connazionale Natale Hjorth, il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega. A sollecitare l’accertamento tecnico era stata la stessa difesa dell’imputato: Lee Elder, al momento dei fatti, stava seguendo una cura e assumeva dei farmaci. La corte d’assise ha poi affidato a Iolanda Plescia e Matteo Bilardello l’incarico di tradurre le intercettazioni dei colloqui intercorsi in carcere tra lo stesso Elder Lee con il padre e un legale americano, dialoghi che, secondo la difesa, sarebbero stati tradotti male stravolgendo il senso di quello che in realtà si erano detti. L’udienza di ieri è entrata nel vivo con l’audizione del primo testimone citato dalla procura, il colonnello Lorenzo D’Aloia, comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri, che ha coordinato le indagini. Il teste ha raccontato come si sono sviluppati gli accertamenti, a partire dalle immagini a circuito chiuso che hanno ripreso l’incontro a Trastevere tra i due imputati e il mediatore dei pusher Sergio Brugiatelli, e come, a poche ore dall’agguato, sono stati individuati e fermati i due giovani americani, che avevano nascosto l’arma del delitto, un coltello, in una nicchia ricavata dal controsoffitto della loro camera. D’Aloia ha anche dichiarato che non c’è stato nessun contatto telefonico negli ultimi due anni fra pusher e intermediari con i carabinieri con Cerciello Rega, Varriale e gli altri militari intervenuti sul luogo dell’omicidio. In particolare, è stato analizzato tutto il traffico e i tabulati, telefonate e messaggi, che fanno escludere qualsiasi contatto. Agli atti inoltre è stato depositato il manuale con l’ordine di servizio che testimonia che quella notte Cerciello e Varriale erano operativi.